Numero 7 Anno 2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

  • TARI: pubblicate le Linee guida per il calcolo del fabbisogno standard
  • Accantonamento Fondo Crediti di Dubbia esigibilità bilancio di previsione 2018/2020
  • Sul riconoscimento dei diritti di rogito dei Segretari di fascia A e B negli Enti privi di dirigenza si esprimerà la Sezione Plenaria della Corte dei Conti
  • Una referenza bancaria “neutra” non è sufficiente per la partecipazione ad una gara di appalto

1.TARI: pubblicate le Linee guida per il calcolo del fabbisogno standard

Come è noto, l’art. 1 comma 653 della Legge di stabilità 2014 (L. n. 47/2013) prevede che a partire dal 2018, nella determinazione dei costi relativi al servizio di raccolta e smaltimento rifiuti, il Comune deve avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard. Trattandosi della prima applicazione della norma, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha provveduto a pubblicare l’8 febbraio scorso le Linee guida per i Comuni ed i relativi 3 allegati.

Sempre in considerazione dell’attuale fase di prima attuazione della norma in questione, nonché della scadenza del termine per l’approvazione dei bilanci di previsione degli enti locali, preliminarmente il MEF ritiene che i Comuni che hanno già approvato i propri piani finanziari e, conseguentemente, deliberato le tariffe della TARI, non siano tenuti a rivedere detti provvedimenti.

Per quanto concerne il contenuto delle Linee guida, consultabili nella versione integrale sul sito istituzionale del MEF, sinteticamente si prevede che:

  • le risultanze dei fabbisogni standard di cui al comma 653 non sono quelle attualmente reperibili sul sito internet “OpenCivitas”, bensì quelle contenute nella “Tabella 2.6: Stime puntuali OLS dei coefficienti della funzione di costo- Smaltimento rifiuti” della “Revisione della metodologia dei fabbisogni standard dei comuni” del 13 settembre 2016, adottata con il DPCM del 29 dicembre 2016, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale – Serie Generale n. 44 del 22 febbraio 2017;
  • la norma recata dal comma 653 non è applicabile nei confronti dei Comuni delle regioni a statuto speciale, poiché ad oggi l’elaborazione dei fabbisogni standard è prevista per legge solo per le regioni a statuto ordinario;
  • il fabbisogno standard finale di ogni Comune è il risultato del prodotto di due grandezze: il costo standard di riferimento per la gestione di una tonnellata di rifiuti (corrispondente a 294,64 euro) e le tonnellate di rifiuti gestiti.

Rispetto al valore nazione per la gestione di una tonnellata di rifiuti, il costo standard di ogni Comune può variare, in aumento o in diminuzione, in virtù di diverse variabili:

  • la quota di raccolta differenziata rilevata in più o in meno rispetto alla media nazionale pari al 45,3% (l’1% in più di raccolta differenziata rispetto alla media nazionale produce un incremento del costo standard di 1,149 euro per tonnellata);
  • la distanza fra il Comune e gli impianti cui vengono conferite le differenti tipologie di rifiuto, rilevata in km rispetto alla media nazionale pari a 32,34 km (1 km di distanza in più rispetto alla media nazionale aumenta il costo standard di 0,41 euro per tonnellata); per la distanza media dagli impianti, la valutazione è rimandata al Comune, tenendo conto che tale valore può variare per effetto delle diverse scelte gestionali e di raccolta fatte dal comune stesso. Nello specifico, la distanza fra il Comune e gli impianti si ottiene calcolando la media delle distanze, in km, fra il comune e gli impianti di conferimento, ponderata per la quantità di rifiuti, in tonnellate, trasportata verso ciascun impianto;
  • lo scostamento percentuale del prezzo della benzina rilevato a livello comunale rispetto alla media nazionale (lo scostamento dell’1% in più rispetto alla media nazionale produce un incremento del costo standard di 1,22 euro per tonnellata); su tale aspetto, le Linee guida individuano il valore del prezzo medio della benzina del 2015 ma i Comuni possono utilizzare, ove disponibile, un dato più aggiornato;
  • il numero e la tipologia degli impianti presenti a livello provinciale (ad esempio, per ogni impianto di compostaggio il costo standard si riduce di 2,15 euro per tonnellata); il numero degli impianti presenti in ambito provinciale è disponibile presso la banca dati del Catasto Rifiuti messa a disposizione da ISPRA: http://www.catasto-rifiuti.isprambiente.it/index.php?pg=findimpianto;
  • la forma di gestione associata del servizio (ad esempio, la gestione in unione mostra mediamente un costo standard più basso di 5,81 euro per tonnellata);
  • la regione di appartenenza;
  • il cluster o gruppo omogeneo di riferimento del Comune.

Un esempio concreto delle modalità di calcolo del fabbisogno standard è previsto dall’All. 2, al quale si rimanda.

2.Accantonamento Fondo Crediti di Dubbia esigibilità bilancio di previsione 2018/2020

Il comma 882 dell’art. 1 legge 27 dicembre 2017, n. 205 (legge di bilancio 2015) ha modificato il punto 3.3 del principio applicato 4/2 allegato al D.lgs. 118/2011 in relazione alla percentuale di accantonamento del fondo crediti di dubbia esigibilità per gli esercizi 2018 e 2019. Originariamente, infatti, era previsto che per tutti gli enti locali lo stanziamento di bilancio riguardante il fondo crediti di dubbia esigibilità è pari almeno all’ 85 per cento nel 2018 e dal 2019 l’accantonamento al fondo è effettuato per l’intero importo. Il citato comma, invece, sancisce che nell’esercizio 2018 lo stanziamento è pari almeno al 75 per cento, mentre nel 2019 è pari almeno all’85 per cento e nel 2020 è pari almeno al 95 per cento; dal 2021 l’accantonamento al fondo è effettuato per l’intero importo. Tale modifica consente agli enti maggiore respiro in termini di equilibri di bilancio dovendo, infatti, ridurre lo stanziamento originariamente previsto per l’anno 2018, pari all’85%.

3.Sul riconoscimento dei diritti di rogito dei Segretari di fascia A e B negli Enti privi di dirigenza si esprimerà la Sezione Plenaria della Corte dei Conti

È noto, ormai da tempo, il contrasto giurisprudenziale sulla delicata questione del riconoscimento o meno dei diritti di rogito ai segretari comunali.

Da un lato, la Sezione Autonomie della Corte dei conti, con la deliberazione n. 21/2015, ha affermato che i diritti di rogito spettano solo ai segretari di fascia C; dall’altro lato, invece, i giudici del lavoro continuano a sostenere che tali diritti spettano anche ai Segretari comunali di fascia A e B operanti in enti privi di dirigenza (in tal senso, ad esempio, si è espresso il Tribunale di Milano con le sentenze n. 1539/2016 e n. 2156/2016, il Tribunale di Busto Arsizio con la sentenza n. 307/2016, il Tribunale di Parma con la sentenza n. 250/2017, il Tribunale di Verona con la sentenza n. 23/2017, il Tribunale di Monza con la sentenza n. 46/2017, il Tribunale di Brescia con la sentenza n. 75/2017, il Tribunale di Pordenone con la sentenza n. 77/2017, il Tribunale di Pordenone con la sentenza n. 78/2017, il Tribunale di Udine con la sentenza n. 215/2017, il Tribunale di Potenza con la sentenza n. 411/2017, nonché dalla Corte di Appello di Brescia con la sentenza n. 272/2017 (con la quale è stata riformata la decisione del Tribunale di Bergamo che nella sentenza n. 817/2016 si era allineato con la Corte dei conti).

Adesso, con la deliberazione n. 2 del 31 gennaio 2018, la Corte dei conti sez. reg. di controllo per il Friuli, a fronte della richiesta di un parere da parte del Sindaco di un comune, ha rimesso la questione alla sezione Plenaria perché chiarisca definitivamente “Se sia possibile provvedere alla liquidazione

dei diritti di rogito, ex art. 10 comma 2 bis del D.L. 90/2014 conv. L. 114/2014, ai Segretari comunali di fascia A e B operanti in Enti privi di dirigenti sulla base della domanda del Segretario, anche senza una sentenza di condanna, in considerazione della costante giurisprudenza dei Giudici del Lavoro favorevole al riconoscimento dei predetti emolumenti”. La questione non è solo giuridica-economica ma comporta rilevanti profili ulteriori:

  • la soccombenza in giudizio da parte del Comune che non riconosce i diritti ai Segretari di fascia A e B negli Enti privi di dirigenti, comporta maggiori oneri per l’ente, determinati dalle spese di giudizio;
  • il protrarsi del mantenimento nel fondo rischi delle somme, prudentemente accantonate a fronte di un’eventuale soccombenza in giudizio, determina un’ulteriore criticità sotto il profilo del perdurare di una situazione di incertezza sulla destinazione delle risorse impiegabili.

4.Una referenza bancaria “neutra” non è sufficiente per la partecipazione ad una gara di appalto

Segnaliamo la recente sent. 30 gennaio 2018 n. 1098 del TAR Lazio, Roma, sez. I ter, in materia di referenze bancarie per la partecipazione ad una gara di appalto.

I giudici hanno affermato che, se il bando richiede una o più referenze bancarie attestanti la regolarità con cui il partecipante ha assolto i propri impegni, non è sufficiente l’attestazione dell’istituto di credito che si limita a dichiarare che il partecipante è cliente ed intrattiene rapporti fiduciari con l’istituto medesimo. Tale affermazione, infatti, non consente di valutare se il cliente ha rispettato o meno i suoi impegni in precedenza né, conseguentemente, di comprovare l’affidabilità e la stabilità economica del concorrente, limitandosi a rappresentare un rapporto in essere che, in sé, nessun elemento valutativo potrebbe apportare alla stazione appaltante ai fini dell’accertamento della presenza dei requisiti economico-finanziari dell’eventuale aggiudicataria.

Al contrario, può e deve ritenersi idonea quella referenza che attesti, ad esempio, la presenza di rapporti di reciproca soddisfazione ovvero che l’impresa gode di buona fama nell’assolvimento corretto e regolare degli impegni assunti.

Numero 6 Anno 2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

  • Rimborso IVA sul trasporto pubblico locale
  • Il piano della performance deve essere adottato anche dai piccoli Comuni
  • La TARI per agriturismi e alberghi non può essere identica
  • La relazione annuale del Responsabile dell’anticorruzione e della trasparenza non deve essere spedita all’ANAC

1.Rimborso IVA sul trasporto pubblico locale

Il Ministero dell’Interno, Dipartimento per gli Affari Interni e territoriali, ha pubblicato la circolare n. 7/FL del 30 gennaio 2018 relativa al rimborso dell’IVA per il trasporto pubblico locale previsto dall’art. 9, comma 4, della legge 7 dicembre 1999, n. 472, che riconosce il rimborso agli enti locali, da parte dello Stato, dell’IVA corrisposta in relazione alla gestione dei servizi di trasporto pubblico locale.

In applicazione di tale disposizione, con decreto 22 dicembre 2000 sono state dettate le modalità applicative e di erogazione del contributo ed approvate le relative certificazioni che gli enti locali sono tenuti a produrre. Ai sensi dell’articolo 4, comma 1, del richiamato decreto, l’erogazione del contributo è disposta dal Ministero dell’Interno in favore delle province, dei comuni, delle unioni di comuni, delle città metropolitane e delle comunità montane, ad eccezione di quelli delle regioni Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Sicilia.

A tal riguardo occorre tenere in considerazione le varie disposizioni normative in materia di federalismo fiscale, introdotte a partire dall’anno 2011, nonché variazioni dovute a pronunce del supremo organo di giustizia amministrativa che hanno rideterminato l’insieme degli enti che possono essere considerati potenziali beneficiari del contributo in esame, prevedendo la possibilità di accesso anche ai consorzi tra enti.

Al termine di tale complesso processo di riordino del sistema dei trasferimenti erariali statali, risultano esclusi dall’assegnazione del contributo le province, le città metropolitane ed i comuni delle regioni a statuto ordinario ed i comuni della regione Sardegna. Restano parimenti esclusi da detta assegnazione, come già evidenziato, le province (liberi consorzi comunali per la Regione Siciliana), i comuni, le unioni di comuni, le città metropolitane, i consorzi e le comunità montane facenti parte delle regioni Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Sicilia. Nelle more di un completo riordino delle province, sono ancora da considerarsi incluse tra gli enti potenzialmente beneficiari, le province della regione Sardegna.

Una volta individuati i soggetti che rientrano nell’alveo dei potenziali beneficiari (unioni di comuni, consorzi, comunità montane e province della Sardegna), questi ultimi per poter accedere al contributo ai fini del rimborso IVA, dovranno presentare le certificazioni al Ministero dell’Interno nel caso in cui abbiano conseguito maggiori oneri derivanti dai contratti di servizio per la gestione dei servizi di trasporto pubblico regionale e locale, stipulati in applicazione all’articolo 19 del decreto legislativo 19 novembre 1997, n. 422.

Le certificazioni riportate nel citato decreto attuativo del 22 dicembre 2000, da presentare al Ministero dell’Interno, sono il modello “B” (con scadenza ultima in data 28 febbraio 2018) con cui l’ente dichiara l’importo che presume di pagare nel corso dell’anno a titolo di IVA, ed il modello “B1” (con scadenza ultima fissata in data 30 aprile 2018) relativo al dato definitivo dell’IVA pagata dal medesimo ente nell’anno precedente.

Nel caso in cui l’ente dovesse trasmettere tardivamente ovvero omettere il modello “B” entro il termine del 28 febbraio 2018, quest’ultimo perderà l’erogazione, entro il 30 giugno 2018, della prima rata, nel limite del 70 per cento dei pagamenti delle spese relative agli oneri di cui all’articolo 3 del decreto applicativo del 22 dicembre 2000, relative all’anno 2018.

Analogamente, la tardiva o mancata presentazione del modello “B1” entro il termine del 30 aprile 2018, comporta oltre alla perdita del diritto alla corresponsione del relativo contributo, anche il recupero da parte del Ministero dell’Interno della prima rata versata eventualmente entro il 30 giugno dell’anno precedente.

La mancata presentazione entro il termine del 28 febbraio 2018 del modello “B” non pregiudica la possibilità per gli enti di trasmettere, per l’assegnazione del trasferimento erariale concernente l’anno 2019, il modello “B1” entro il 30 aprile 2019.Le predette certificazioni, modello “B” e modello “B1”, dovranno essere trasmesse dai beneficiari alla Prefettura-Ufficio Territoriale del Governo competente per territorio e la relativa verifica del rispetto delle scadenze di cui sopra, sarà verificato tenendo in considerazione la data d’arrivo (se consegnata a mano) o quella del timbro postale (se spedita).

2.Il piano della performance deve essere adottato anche dai piccoli Comuni

Come è noto, l’art. 169 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) dispone che il piano esecutivo di gestione (PEG) è solo facoltativo per i Comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti. Tuttavia, la stessa norma, al comma 3-bis, dispone che nel PEG sono unificati organicamente sia il piano dettagliato degli obiettivi di cui all’art. 108, comma 1, del TUEL sia il piano della performance di cui all’art. 10 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150.

A questo punto sorge il seguente dubbio: se il Comune sotto i 5.000 abitanti decide, legittimamente, di non adottare il PEG, come deve comportarsi con il piano della performance?

La risposta è stata fornita dalla Corte dei conti, sez. reg. di controllo per la Sardegna nel parere n. 1 del 9 gennaio 2018: secondo i giudici contabili, anche i Comuni inferiori ai 5 mila abitanti, pur non essendo tenuti all’adozione del PEG, devono redigere il piano delle performance. Data la ridotta dimensione dell’ente, che comporta una minima dotazione di personale e spazi angusti nella programmazione della spesa, si tratta di una programmazione minimale, ma comunque necessaria in quanto le norme in materia non hanno previsto aree di esenzione.

L’adozione del piano, per tutti gli enti locali (e a prescindere, quindi, dal numero degli abitanti), è condizione necessaria per l’esercizio della facoltà assunzionale negli esercizi finanziari a venire. Inoltre “l’assegnazione, in via preventiva di precisi obiettivi da raggiungere e la valutazione successiva del grado di raggiungimento degli stessi rappresentano una condizione indispensabile per l’erogazione della retribuzione di risultato” (Sez. controllo Veneto, deliberazione n. 161/PAR/2013; Sez. controllo Puglia, deliberazione n. 123/PAR/2013 e 15/PAR/2016).

L’eventuale accertamento della mancata adozione del piano della performance (e del PEG per i Comuni superiori ai 5.000 abitanti), può comportare, inoltre, il divieto di erogazione della retribuzione di risultato ai dirigenti che ne risultino responsabili.

3.La TARI per agriturismi e alberghi non può essere identica

Come è noto, ai fini della TARI (tassa rifiuti introdotta, nell’ambito della IUC, dall’art. 1 comma 639 della legge 27 dicembre 2013 n. 147, con decorrenza dal 1 gennaio 2014) rileva, quale presupposto d’imposta, la suscettibilità dei locali a produrre rifiuti urbani.

Secondo la giurisprudenza (cfr. recentemente TAR Umbria, sent. 1° febbraio 2018 n. 77), nell’ambito della TARI da applicare alle attività economiche, non è possibile equiparare gli alberghi agli agriturismi: la prima, infatti, è un’attività prettamente commerciale; la seconda deve considerarsi rientrante nell’ambito dell’attività agricola.

Ragioni di proporzionalità, ragionevolezza e adeguatezza nonché il fondamentale principio in “subiecta materia” del “chi inquina paga” (Consiglio di Stato, sez. V, sent. 1° agosto 2015, n. 3781) premono affinché l’Amministrazione indirizzi la propria pur ampia discrezionalità in tema di politica tariffaria nel senso di dover differenziare le due categorie ed introdurre una o più sottocategorie a seconda del contenuto delle prestazioni fornite, tenendo conto di parametri quali, ad es., il numero dei pasti o di clienti ospitabili e la stagionalità dell’attività (T.A.R. Lombardia Brescia sez. I, 6 maggio 2015 n. 628).

Il citato parere, perciò, si conforma all’ormai consolidato orientamento secondo il quale, essendo stata abolita dal 2008 la possibilità per gli enti di modificare autonomamente l’importo dell’indennità, le delibere contenenti eventuali riduzioni, superiori a quella fissate dalla legge, vanno intese come rinunce volontarie ad una parte dell’indennità, che non hanno alcuna influenza sull’ammontare della stessa per gli esercizi successivi (Sezione di controllo per il Piemonte deliberazione n. 278/2012/PAR).

L’aumento delle predette indennità entro i limiti sopra descritti, del resto, non potrà che decorrere dalla relativa deliberazione modificativa della precedente determinazione di riduzione legittimamente assunta dall’ente sulla base della volontaria rinuncia dei precedenti amministratori.

4.La relazione annuale del Responsabile dell’anticorruzione e della trasparenza non deve essere spedita all’ANAC

La relazione annuale del Responsabile dell’anticorruzione e della trasparenza (RPCT), prevista dall’art. 1 comma 14 della Legge n. 190/2012, deve essere compilata sul modello in formato excel pubblicato sul sito dell’ANAC, seguendo le relative istruzioni.

È obbligatoria la pubblicazione sul sito web dell’Ente, su Amministrazione trasparente>Altri contenuti>Prevenzione della Corruzione; tale forma di pubblicità è sufficiente e non è necessario provvedere a spedirne copia anche all’ANAC. La copia, invece, deve essere trasmessa all’organo politico e all’organismo di valutazione indipendente (o al Nucleo di valutazione).

Il RPCT è tenuto a riferire al Consiglio comunale se richiesto. L’OIV (o il NdV) esamina la Relazione annuale del RPCT recante i risultati in materia di prevenzione della corruzione e trasparenza; per tale verifica l’OIV può chiedere al RPCT informazioni e documenti aggiuntivi.

La scheda è composta da tre fogli excel:

  • anagrafica: in questo foglio vanno inserite le informazioni relative al RPCT o, laddove questa figura sia assente nell’amministrazione/società/ente, all’organo di indirizzo;
  • considerazioni generali: in questo foglio vanno inserite le valutazioni del RPCT rispetto all’effettiva attuazione delle misure di prevenzione della corruzione e al proprio ruolo all’interno dell’amministrazione/società/ente;
  • misure anticorruzione: in questo foglio vanno inserite informazioni sull’adozione e attuazione delle misure di prevenzione della corruzione formulando un giudizio sulla loro efficacia oppure, laddove le misure non siano state attuate, sulle motivazioni della mancata attuazione.

Numero 5 Anno 2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

  • Novità in materia di registri Iva
  • Utilizzo Fondo Anticipazione di Liquidità
  • Le indennità degli amministratori locali ridotte oltre il limite minimo previsto possono essere aumentate
  • Non vi è incompatibilità automatica fra presidente del seggio di gara e RUP

1.Novità in materia di registri Iva

Il decreto fiscale (D.L. n. 148/2017) collegato alla Legge di bilancio 2018 consente la tenuta dei registri IVA in formato elettronico anche in difetto di trascrizione su supporto cartaceo. Tale facoltà è riconosciuta a condizione che, in caso di controlli, i registri risultino aggiornati sugli appositi supporti magnetici e vengano stampati contestualmente alla richiesta avanzata dagli organi competenti ed in loro presenza.

Inoltre, la Legge di bilancio 2018, a partire dal 1° gennaio 2019, oltre a prevedere l’obbligo di fatturazione elettronica, stabilisce che per i soggetti passivi Iva, nonché per le imprese ammesse al regime di contabilità semplificata, viene meno l’obbligo di tenuta dei Registri Iva (vendite e acquisti). L’obbligo di stampa entro i termini sanciti dall’art. 7 comma 4-ter del dl 357/1994 rimane fermo per i registri dei corrispettivi e per i registri Iva speciali.

Come già annunciato, le imprese e gli esercenti arti e professioni sono tenuti ad annotare le fatture attive e passive, sui registri Iva, i quali possono essere tenuti manualmente o mediante sistemi meccanografici.

L’art. 19-octies (Disposizioni in materia di riscossione) comma 6 del decreto fiscale collegato alla legge di Bilancio 2018, dopo la sua conversione in legge, dispone: “All’articolo 7 del decreto-legge 10 giugno 1994, n. 357, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1994, n. 489, dopo il comma 4-ter è aggiunto il seguente: «4-quater. In deroga a quanto previsto dal comma 4-ter, la tenuta dei registri di cui agli articoli 23 e 25 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, con sistemi elettronici è, in ogni caso, considerata regolare in difetto di trascrizione su supporti cartacei nei termini di legge, se in sede di accesso, ispezione o verifica gli stessi risultano aggiornati sui predetti sistemi elettronici e vengono stampati a seguito della richiesta avanzata dagli organi procedenti ed in loro presenza»”.

Le norme relative alla tenuta dei documenti contabili consentono ormai da tempo la produzione e la conservazione di questi in modo informatizzato.

Circa il termine ultimo per la stampa dei registri, come indicato in precedenza, si fa riferimento sul piano normativo all’art. 7, comma 4-ter, del D.L. 357/1994 ai sensi del quale “la tenuta di qualsiasi registro contabile con sistemi meccanografici è considerata regolare in difetto di trascrizione su supporti cartacei, nei termini di legge, dei dati relativi all’esercizio per il quale i termini di presentazione delle relative dichiarazioni annuali non siano scaduti da oltre tre mesi, allorquando anche in sede di controlli ed ispezioni gli stessi risultino aggiornati sugli appositi supporti magnetici e vengano stampati contestualmente alla richiesta avanzata dagli organi competenti ed in loro presenza”.

Tale disposizione ha carattere generale ed opera nei confronti di “qualsiasi registro contabile” tenuto con sistemi meccanografici, ad esclusione dei registri multi-aziendali a striscia continua, la cui tenuta è disciplinata dal D.M. 22/12/1988 (circolare 59/E/2001).

Tuttavia, il dubbio circa l’espressione “dichiarazioni annuali”, cui fa riferimento il citato articolo 7, comma 4-ter, è stato affrontato dalla C.M. 207/2000 nell’ambito della quale è stato precisato che “i registri contabili tenuti con sistemi meccanografici si considerano regolari, pur in difetto della trascrizione su supporti cartacei, sino al momento di scadenza dei termini per la presentazione delle relative dichiarazioni dei redditi”. Ed è proprio il riferimento alla “dichiarazione dei redditi” – così come evidenziato dal documento ministeriale – che giustifica la regolarità della tenuta dei registri contabili con sistemi meccanografici anche laddove i termini di presentazione della dichiarazione Iva siano “disallineati” alla dichiarazione dei redditi.

Tale orientamento è stato confermato nella risoluzione n. 46/E/2017, laddove viene precisato che “il termine di riferimento per procedere alla conservazione di tutti i documenti informatici coincide con il termine per la presentazione della dichiarazione annuale dei redditi, termine valido anche per i documenti rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, ancorché a partire dal periodo d’imposta 2017 i termini di presentazione delle dichiarazioni rilevanti ai fini delle imposte sui redditi e dell’Iva siano disallineati”.

2.Utilizzo Fondo Anticipazione di Liquidità

Il comma 814 della nuova legge 27 dicembre 2017, n. 205 (Legge di bilancio 2018) sancisce che gli enti destinatari delle anticipazioni di liquidità, di cui all’articolo 1 del decreto-legge 8 aprile 2013, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 giugno 2013, n. 64, possono utilizzare la quota accantonata nel risultato di amministrazione ai fini dell’accantonamento al fondo crediti di dubbia esigibilità nel risultato di amministrazione con effetti sulle risultanze finali esposte nell’allegato 5/2 nonché sul ripiano del disavanzo previsto dal comma 13 del medesimo articolo, limitatamente ai soli enti che hanno approvato il suddetto riaccertamento straordinario a decorrere dal 20 maggio 2015. In ossequio a quanto premesso, è ammessa quindi la possibilità agli enti destinatari delle anticipazioni di liquidità, che abbiamo provveduto a contabilizzare correttamente le stesse con creazione di apposito fondo nella parte accantonata del risultato di amministrazione, di rivedere il maggior disavanzo da riaccertamento straordinario. Tale previsione normativa comporta un effetto positivo: minor disavanzo da riaccertamento straordinario e, conseguentemente, diminuzione della quota di disavanzo annuale da applicare ai futuri bilanci di previsione ai sensi dell’art. 4 del Dm 2 aprile 2015.

3.Le indennità degli amministratori locali ridotte oltre il limite minimo previsto possono essere aumentate

Come è noto, la disciplina relativa all’indennità di funzione spettante agli amministratori degli enti locali è stata interessata, nel corso degli ultimi anni, da numerosi interventi legislativi ispirati dall’esigenza di limitare le spese a carico dell’ente e, in particolare, i costi della rappresentanza politica, con modifica dei criteri di calcolo, imponendone progressive riduzioni.

L’art. 82 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000), contiene la disciplina dell’indennità di funzione e dei gettoni di presenza da riconoscere agli amministratori degli enti locali, la determinazione della cui misura, per il rinvio operato dal comma 8, risulta attualmente definita dal Decreto del Ministero dell’interno 4 aprile 2000, n. 119.

Confermando un orientamento già esistente (Corte dei conti, Sezione di controllo per il Piemonte deliberazioni n. 19/2017/PAR e n. 278/2012/PAR; Sezione regionale di controllo per il Veneto, deliberazione n. 132/2015/PAR; Sezione regionale di controllo per il Lazio, deliberazione n. 208/2015/PAR), la Corte dei conti, sez. reg. di controllo per la Lombardia, con il parere n. 382 del 21 dicembre 2017, ha ribadito che nel caso in cui il Comune abbia deciso in passato di ridurre le indennità spettanti a Sindaco e assessori in misura superiore a quanto richiesto dalle richiamate disposizioni legislative dirette al contenimento della spesa degli enti locali, può rideterminate in aumento sino alla concorrenza dei limiti normativamente previsti.

Il citato parere, perciò, si conforma all’ormai consolidato orientamento secondo il quale, essendo stata abolita dal 2008 la possibilità per gli enti di modificare autonomamente l’importo dell’indennità, le delibere contenenti eventuali riduzioni, superiori a quella fissate dalla legge, vanno intese come rinunce volontarie ad una parte dell’indennità, che non hanno alcuna influenza sull’ammontare della stessa per gli esercizi successivi (Sezione di controllo per il Piemonte deliberazione n. 278/2012/PAR).

L’aumento delle predette indennità entro i limiti sopra descritti, del resto, non potrà che decorrere dalla relativa deliberazione modificativa della precedente determinazione di riduzione legittimamente assunta dall’ente sulla base della volontaria rinuncia dei precedenti amministratori.

4.Non vi è incompatibilità automatica fra presidente del seggio di gara e RUP

Ennesima pronuncia sul delicato problema circa la compatibilità fra il presidente del seggio di gara e la figura del responsabile unico del procedimento (RUP): secondo la sent. 2 gennaio 2018 n. 7 del TAR Marche, sez. I, non vi una incompatibilità automatica.

Si tratta di una conferma dell’orientamento già espresso in precedenti pronunce giurisprudenziali (cfr., ad esempio, TAR Marche, sent. 6 febbraio 2017, n. 108; TAR Lazio, Roma, sez. III-quater, sent. 11 gennaio 2017, n. 452; TAR Lombardia, Brescia, sez. II, sent. 19 dicembre 2016, n. 1757), secondo cui l’operatore economico interessato può invocare tale incompatibilità fornendo adeguata e ragionevole prova, senza ritenere alcun automatismo e senza che possa rilevare il mero sospetto di una possibile situazione di incompatibilità.

Sul punto ricordiamo che l’ANAC, con le Linee guida n. 3, approvate con deliberazione n. 1096 del 26 ottobre 2016, aveva affermato che “Il ruolo di RUP è, di regola, incompatibile con le funzioni di commissario di gara e di presidente della commissione giudicatrice (art. 77, comma 4 del Codice), ferme restando le acquisizioni giurisprudenziali in materia di possibile coincidenza”.

Numero 4 Anno 2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

 

  • Modifiche al comma 5 e nuovo comma 5-bis dell’art.243-bis del TUEL
  • Legge di Bilancio 2018: Semplificazione DUP piccoli Comuni
  • Non rileva il domicilio per il calcolo del rimborso delle spese di viaggio degli amministratori residenti fuori dal Comune
  • Legittimo l’obbligo di prevedere la forma scritta e l’allegazione di documenti per le giustificazioni delle assenze dei consiglieri comunali

1.Modifiche al comma 5 e nuovo comma 5-bis dell’art.243-bis del TUEL

La nuova legge di bilancio 2018 (Legge 27 dicembre 2017, n. 205) ha introdotto una rivoluzionaria modifica all’art. 243-bis del D.lgs. 27 agosto 2000, n. 267 in merito alla durata del piano di riequilibrio per gli enti in pre-dissesto finanziario. Il comma 888 della citata legge di bilancio, infatti, ha modificato il comma 5 dell’art. 243-bis, variando la durata del piano pluriennale dagli originari 10 anni, ad un range temporale che va dai quattro ai venti esercizi finanziari. Ciò in considerazione della rilevanza della massa passiva del piano rispetto agli impegni del titolo I della spesa, e quindi, ai debiti di funzionamento dell’Ente.

La dimensione e le componenti delle passività da iscrivere nel piano di riequilibrio sono di norma già determinate sulla base delle risultanze di ciascun piano. Si ricorda che, ai fini del riequilibrio, costituiscono passività oggetto di ripiano tutte quelle derivanti da squilibri finanziari non superabili con il ricorso agli strumenti di recupero “ordinari” previsti dall’ordinamento (artt. 193 e 194 TUEL), ossia:

  1. Disavanzo di amministrazione rilevato in fase di bilancio di previsione, gestione e consuntivo;
  2. Debiti fuori bilancio e passività potenziali
  3. Ammontare delle anticipazioni di tesoreria non restituite al 31 dicembre, nonché l’utilizzo, per il pagamento di spese correnti, delle entrate vincolate di cui all’art. 180, comma 3, lettera d) del TUEL per cui la cassa non è stata ricostituita al 31 dicembre.

Non possono invece essere computate tra le passività le anticipazioni di liquidità (ad esempio quelle ex dl 35/2013), per cui il legislatore ha previsto, analogamente al ripiano del maggior disavanzo da riaccertamento straordinario, la possibilità di restituzione in 30 anni e la quota di restituzione dell’eventuale Fondo di Rotazione richiesto dall’Ente.

La percentuale che fuoriesce dal rapporto tra la massa passiva e il totale degli impegni al titolo I della spesa del rendiconto approvato prima del ricorso al piano o l’ultimo rendiconto, stabilisce il parametro oggettivo sul quale determinare la durata del piano e, nello specifico:

Rapporto passività/impegni di cui al Titolo I

Durata massima del piano di riequilibrio finanziario

Fino al 20%

4 anni

Dal 20% al 60%

10 anni

Dal 60% al 100%

15 anni

Oltre il 100%

20 anni

Il comma seguente (comma 849), in coerenza con l’innovazione normativa prevista nel precedente comma 888, introduce la facoltà di rimodulare o riformulare il piano per tenere conto delle modifiche della nuova durata massima del piano di riequilibrio (da 4 a 20 anni, in funzione dell’incidenza della massa passiva sulle spese correnti). Tale facoltà doveva essere espressa e trasmessa alla Corte dei Conti sezione regionale entro giorno 15 gennaio. Da tale termine decorrono i 45 giorni per l’approvazione del piano rimodulato, approvazione da adottare con delibera di consiglio comunale.

Il comma prevede altresì il dimezzamento di tutti i termini di cui al 243-quater, in particolare, i termini previsti per la trasmissione del piano rimodulato/riformulato alla Corte (da effettuarsi entro 5 giorni), l’istruttoria va completata entro 30 giorni e la deliberazione della Corte dei Conti entro 15 giorni dalla ricezione dell’esito dell’istruttoria. Sono, altresì, dimezzati i termini per un eventuale ricorso da parte dell’ente (15 giorni e non più 30) dinanzi alle Sezioni riunite, che dovranno pronunciarsi entro 15 giorni dal deposito del riscorso.

Si precisa, inoltre, che in caso di rimodulazione/riformulazione del piano di riequilibrio, non vi è soluzione di continuità tra il “vecchio” piano ed il piano rimodulato/riformulato ai fini della verifica del rispetto degli obiettivi intermedi da parte della competente sezione della Corte dei Conti (comma 850 della legge di bilancio 2018).

2.Legge di Bilancio 2018: Semplificazione DUP piccoli Comuni

Il comma 887 della legge 27 dicembre 2017, n. 205 reca misure per una ulteriore semplificazione della disciplina del Documento unico di programmazione (DUP) semplificato, relativo a quei comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti che devono presentare annualmente entro il 31 luglio. In particolare, si prevede che, con decreto interministeriale da adottare entro il 30 aprile 2018, si provveda ad aggiornare l’allegato n. 4/1 del decreto legislativo n. 118 del 2011 recante la definizione, i contenuti, i caratteri qualificanti della programmazione, nonché gli strumenti della programmazione dello Stato e delle amministrazioni pubbliche, con l’obiettivo di semplificare ulteriormente la disciplina del DUP semplificato di cui all’art. 170, comma 6, del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000 (Tuel).

3.Non rileva il domicilio per il calcolo del rimborso delle spese di viaggio degli amministratori residenti fuori dal Comune

L’art. 84 comma 3 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) dispone che “Agli amministratori che risiedono fuori del capoluogo del comune ove ha sede il rispettivo ente spetta il rimborso per le sole spese di viaggio effettivamente sostenute per la partecipazione ad ognuna delle sedute dei rispettivi organi assembleari ed esecutivi, <nonché per la presenza necessaria presso la sede degli uffici per lo svolgimento delle funzioni proprie o delegate”.

La norma nulla dispone per il caso in cui l’amministratore si rechi alle sedute partendo da un domicilio diverso dalla residenza: si pensi, ad esempio, all’ipotesi in cui l’amministratore sia un libero professionista che abbia uno studio in un domicilio non coincidente con il comune di residenza.

In tal caso, si pone il problema di capire se il rimborso sia comunque legittimo. La Corte dei conti, sez. reg. di controllo per la Campania, con il parere n. 4 del 10 gennaio 2018 ha risolto il dubbio in termini negativi, per due ordini di motivi.

In primo luogo, se la ratio della norma è quella di garantire un diritto costituzionalmente tutelato, il criterio a cui collegare tale tutela deve essere unico e certo. Orbene solo la residenza rappresenta il criterio unico e univoco a cui intestare gli obblighi giuridici del soggetto di diritto. Non così invece nel caso di domicilio che, sebbene rappresenti ai fini civilistici il luogo in cui è stabilita la sede principale degli affari e interessi (cfr. art. 43, comma 1, c.c.), potrebbe facilmente consentire all’interessato la possibilità di poter usufruire del rimborso spese, rimettendo la stessa valutazione al beneficiario stesso.

In secondo luogo, è rilevante l’interpretazione sistematica e letterale della norma: qualora il legislatore non avesse voluto collegare la rimborsabilità esclusivamente alla residenza non lo avrebbe specificato.

Alla luce di quanto evidenziato, i giudici hanno affermato “che il principio di diritto enunciato con la deliberazione n. 38/SezAut/2016 della Corte dei Conti riguardante la “Corretta interpretazione dell’art. 84, co. 3, Tuel” in merito al rimborso delle spese di viaggio sostenute da un consigliere comunale residente fuori dal territorio dell’ente che abbia la necessità di recarsi dal proprio luogo di residenza all’ente presso cui esercita il proprio mandato” non è applicabile anche agli amministratori locali che, avendo la residenza nel Comune nel quale svolgono le loro funzioni relative al mandato elettorale, abbiano il domicilio fuori dello stesso Comune per ragioni professionali.

4.Legittimo l’obbligo di prevedere la forma scritta e l’allegazione di documenti per le giustificazioni delle assenze dei consiglieri comunali

L’art. 43 comma 4 del TUEL (Decreto Legislativo n, 267/2000) prevede che “Lo statuto stabilisce i casi di decadenza per la mancata partecipazione alle sedute e le relative procedure, garantendo il diritto del consigliere a far valere le cause giustificative”. Come può facilmente evincersi dal testo, la norma non precisa le formalità con cui rendere tali giustificazioni.

Di norma, tanto lo statuto quanto il regolamento di funzionamento del Consiglio dispongono che le giustificazioni debbano essere fornite obbligatoriamente per iscritto. Secondo la giurisprudenza, la previsione dell’obbligo di giustificazione scritta per la mancata partecipazione alle sedute consiliari è per sé compatibile con l’art. 43 comma 4 del TUEL (in tal senso, cfr. recentemente TAR Lombardia, Brescia, sez. I, sent. 15 gennaio 2018, n. 31). Infatti, se è vero che la norma impone allo statuto comunale (e quindi anche ai regolamenti interni dei consigli comunali) di garantire al singolo consigliere il diritto di far valere le cause giustificative delle assenze, tale non deve però estendersi necessariamente fino all’autocertificazione dei motivi di assenza o alla certificazione verbale a cura del capogruppo di appartenenza del consigliere.

Al contrario, è ragionevole che siano chiesti elementi certi e verificabili sulle cause dell’assenza, per distinguere gli impedimenti effettivi dal semplice disinteresse. Di qui la legittimità dell’obbligo di produrre una giustificazione scritta, che può comprendere l’allegazione di idonea documentazione. Tale forma di giustificazione (ad esempio, l’esibizione di certificati medici) assicura oggettività e verificabilità al motivo di assenza, a garanzia del corretto funzionamento dell’organo collegiale, e consente il controllo da parte della collettività (fermo il divieto di divulgazione di dati sensibili), senza essere particolarmente gravosa o vessatoria nei confronti dell’interessato.

Numero 3 Anno 2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

 

  • Tariffe TARI adottate oltre il termine di approvazione del bilancio di previsione: quali conseguenze?
  • Fondo Pluriennale Vincolato per spese di investimento
  • L’indicazione delle linee di indirizzo per la concessione di un servizio pubblico spetta al Consiglio comunale e non alla Giunta
  • Validità delle sanzioni inviate digitalmente: le ultime novità

1.Tariffe TARI adottate oltre il termine di approvazione del bilancio di previsione: quali conseguenze?

Come è noto, l’art. 1 comma 169 della legge n. 296/2006 dispone che “Gli enti locali deliberano le tariffe e le aliquote relative ai tributi di loro competenza entro la data fissata da norme statali per la deliberazione del bilancio di previsione“; l’art. 1 comma 683 della legge n. 147/2013, con riferimento alla TARI, dispone che “Il consiglio comunale deve approvare, entro il termine fissato da norme statali per l’approvazione del bilancio di previsione, le tariffe della TARI in conformità al piano finanziario del servizio di gestione dei rifiuti urbani, redatto dal soggetto che svolge il servizio stesso ed approvato dal consiglio comunale o da altra autorità competente a norma delle leggi vigenti in materia“.

Che cosa accade alla tariffe TARI nel caso in cui non si rispetti il termine previsto per la loro adozione? Detto altrimenti, come qual è l’efficacia della delibera di approvazione delle tariffe TARI adottate dopo il termine previsto per l’approvazione del bilancio di previsione?

La risposta è stata fornita dal TAR Piemonte, sez. II, con la sent. 9 gennaio 2018 n. 39, ribadendo l’orientamento del Consiglio di Stato, sez. V, già espresso nella sent. n. 4104/2017. In tale occasione i giudici di Palazzo Spada avevano affermato che “la violazione del termine non determina di per sé ed automaticamente l’illegittimità dei regolamenti e degli atti comunali, ma incide solo sul regime di efficacia temporale, nel senso che il rispetto del termine di approvazione di cui all’art. 1, comma 169, cit. è condizione per applicare le nuove tariffe o le nuove aliquote retroattivamente (a partire cioè dal 1° gennaio dell’esercizio di riferimento). Ne consegue che le tariffe e le aliquote approvate in data successiva alla scadenza del termine non sono per ciò solo invalide. Ciò che risulta preclusa è soltanto l’applicazione (retroattiva) all’esercizio in corso (a partire dal 1° gennaio)”. Nel caso esaminato dal giudice amministrativo d’appello si discuteva di deliberazioni comunali riguardanti, tra l’altro, la determinazione delle tariffe TARI per il 2015; in proposito in quella sentenza si precisa: “nel caso di specie l’approvazione delle deliberazioni approvate oltre il termine del 30 settembre 2015 non determina in radice la loro illegittimità, ma ne preclude l’applicazione (che sarebbe stata consentita, invece, dall’approvazione tempestiva) a partire dal 1° gennaio 2015”.

In sintesi, perciò, la delibera di approvazione delle tariffe TARI adottata oltre il termine per l’approvazione del bilancio di previsione non è invalida ma parzialmente inefficace, nel senso cioè che non sarà applicabile dal 1° gennaio dell’esercizio in corso. Ed infatti, la seconda parte dell’art. 1 comma 169 della legge n. 296/2006 dispone che “dette deliberazioni, anche se approvate successivamente all’inizio dell’esercizio purché entro il termine innanzi indicato, hanno effetto dal 1°gennaio dell’anno di riferimento. In caso di mancata approvazione entro il suddetto termine, le tariffe e le aliquote si intendono prorogate di anno in anno“.

Ma se è pacifico, quindi, che le tariffe non potranno applicarsi dal 1° gennaio dell’anno in cui viene adottata tardivamente la delibera, come si può individuare il termine a partire dal quale le stesse avranno efficacia?

Secondo i giudici del TAR Piemonte, le nuove tariffe sono applicabili dalla data di esecutività della delibera di adozione e non dal 1° gennaio dell’anno successivo. A tale conclusione, secondo i giudici, si giunge considerando quanto segue:

  • negare che le tariffe in questione possano essere applicate (non retroattivamente, ma) in corso d’anno significherebbe, di fatto, sancirne l’inefficacia pur avendone riconosciuto la legittimità; e ciò appare illogico;
  • l’art. 193 comma 3 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) prevede la possibilità per l’ente locale di modificare le tariffe nel corso dell’esercizio finanziario, sussistendo particolari circostanze ed esigenze di bilancio e di copertura dei costi: dunque, una modifica “in corso d’opera” non è di per sé incompatibile con il sistema.

2.Fondo Pluriennale Vincolato per spese di investimento

Il comma 880 dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2017, n. 205 consente agli enti di conservare per l’esercizio 2018 all’interno del Fondo Pluriennale Vincolato di parte capitale, le somme già iscritte nell’esercizio 2016 e non utilizzate nell’anno 2017, in deroga a quanto previsto dal principio contabile 4/2 allegato al D.lgs. 118/2011 il quale prevede che le somme non impegnate, al termine dell’esercizio, confluiscano nella parte vincolata del risultato di amministrazione. Il comma recita: “Le risorse accantonate nel fondo pluriennale vincolato di spesa dell’esercizio 2016 in applicazione del punto 5.4 del principio contabile applicato concernente la contabilità finanziaria di cui all’allegato n. 4/2 annesso al decreto legislativo 23 giugno 2011, n. 118, per finanziare le spese contenute nei quadri economici relative a investimenti per lavori pubblici e quelle per procedure di affidamento già attivate, se non utilizzate, possono essere conservate nel fondo pluriennale vincolato di spesa dell’esercizio 2017 purché riguardanti opere per le quali l’ente abbia già avviato le procedure per la scelta del contraente fatte salve dal codice dei contratti pubblici, di cui al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, o disponga del progetto esecutivo degli investimenti redatto e validato in conformità alla vigente normativa, completo del cronoprogramma di spesa. Tali risorse confluiscono nel risultato di amministrazione se entro l’esercizio 2018 non sono assunti i relativi impegni di spesa”. Tale previsione consente, quindi, di poter evitare l’applicazione dell’avanzo vincolato al bilancio di previsione con beneficio in termini di saldo di finanzia pubblica poiché l’avanzo applicato non rileva ai fini del predetto saldo.

3.L’indicazione delle linee di indirizzo per la concessione di un servizio pubblico spetta al Consiglio comunale e non alla Giunta

Come è noto, l’art. 42 comma 2 lett. e) del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) riconosce la competenza del Consiglio comunale per quanto concerne la concessione dei pubblici servizi.

Di conseguenza, deve ritenersi illegittima per incompetenza una delibera di Giunta comunale che indica le linee di indirizzo per la concessione di un servizio pubblico (e non si limita alla “scelta delle modalità attuative della direttiva fissata in sede consiliare”): è quanto affermato dal TAR Lombardia, Milano, sez. IV, nella sent. 1° dicembre 2017, n. 2306.

Nel caso specifico la Giunta aveva individuato le linee guida per l’affidamento del Teatro comunale, prevedendo, fra le altre cose, una serie obblighi funzionali finalizzati al perseguimento dell’interesse pubblico (costante qualità delle programmazioni artistiche e culturali, rivolte a un pubblico ampio e differenziato; consolidamento dei risultati raggiunti in ogni stagione; offerta di occasioni culturali e artistiche tali da contribuire anche all’integrazione sociale, nella prospettiva della città metropolitana, multietnica e multiculturale; promozione di una programmazione accessibile e fruibile a tutti, finalizzata a favorire la crescita di un nuovo pubblico, ecc.).

Secondo i giudici, il vizio di incompetenza si ripercuote sull’intera procedura di affidamento che, quindi, è stata oggetto di annullamento.

4.Validità delle sanzioni inviate digitalmente: le ultime novità

In virtù delle modifiche contenute nel D.lgs n. 127 del 13 dicembre 2017, pubblicato recentemente sulla Gazzetta ufficiale, che saranno efficaci dal prossimo 27 gennaio, si conferisce piena validità agli atti di liquidazione, rettifica, accertamento e disposizione delle sanzioni di natura tributaria, firmati digitalmente dall’Agenzia delle Entrate e notificati al domicilio digitale del contribuente, visto che il Codice dell’amministrazione digitale (Cad) è utilizzabile anche per gli atti tributari e di riscossione. In generale, il Cad conferisce piena efficacia giuridica ai documenti firmati digitalmente dal responsabile dell’ufficio e inviati tramite Pec: ciò in quanto il meccanismo consente al destinatario di riscontrare la provenienza e l’autenticità dell’atto trasmesso in copia informatica. Di particolare interesse sono, poi, le novità in arrivo che prevedono la modificazione dell’indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata in indice dei domicili digitali su cui convergeranno tutti i soggetti obbligati ad avere un indirizzo Pec, tra cui rientrano, ad esempio, i professionisti tenuti all’iscrizione in albi ed elenchi nonché i soggetti obbligati all’iscrizione nel registro delle imprese. L’istituzione di un’unica banca dati consentirà all’Agenzia delle Entrate e alla Pubblica Amministrazione in generale di notificare gli atti impositivi e di riscossione direttamente attraverso i domicili digitali dei destinatari. A tale forma di comunicazione degli atti viene conferita uguale efficacia probatoria rispetto alla spedizione e al ricevimento della raccomandata con ricevuta di ritorno e alla notificazione a mezzo posta.

Numero 2 Anno 2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

 

  • Nuove tempistiche per il rimborso split payment
  • Esonero per le PA trasmissione fatture emesse a privati c.d. Spesometro
  • La revoca del rappresentante del Comune presso enti, aziende ed istituzioni è riservata al Sindaco
  • Legittima la richiesta di accesso civico circa l’effettiva modalità di esecuzione dei lavori appaltati dal Comune

1.Nuove tempistiche per il rimborso split payment

Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n.5, del Decreto Mef del 22 dicembre 2017, sono state introdotte le nuove regole sui rimborsi da conto fiscale fissate dalla manovra correttiva del governo.

Tra le novità introdotte dal D.M. 22 del dicembre 2017 troviamo la riduzione dei tempi per l’ottenimento del rimborso per tutti i soggetti che applicano il meccanismo della scissione dei pagamenti, disciplinato dall’art. 17-ter del D.P.R. 633/1972, per effetto del quale si ha maggiore possibilità di avere un credito IVA.

La riduzione dei tempi per l’ottenimento del rimborso è stimato in un arco temporale di circa 20/25 giorni che è notevolmente inferiore rispetto agli attuali 90 giorni. Questa riduzione nei tempi per l’ottenimento del rimborso da parte dei soggetti che applicano lo split payment è stata possibile per effetto del dettato normativo contenuto all’art.1, comma 4-bis del DL 50/2017 il quale ha previsto espressamente che: “A decorrere dal 1° gennaio 2018 i rimborsi da conto fiscale di cui all’articolo 78 della legge 30 dicembre 1991, n.  413, sono pagati direttamente ai contribuenti dalla struttura di gestione prevista dall’articolo 22, comma 3, del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, a valere sulle risorse finanziarie disponibili sulla contabilità speciale n. 1778 «Agenzia delle entrate –  Fondi di bilancio”.

Con questa novità, che produrrà i suoi effetti a far data dal 1° gennaio 2018, vengono eliminati i tempi di attesa legati all’accredito di risorse da parte dell’Amministrazione finanziaria, in quanto la restituzione delle somme sarà erogata direttamente dall’Agenzia delle Entrate-riscossione, attraverso la disponibilità di fondi di bilancio resi dall’Agenzia delle Entrate su una contabilità speciale dedicata n.1778.

La gestione delle istanze dovrà avvenire sulla base delle informazioni fornite dai singoli uffici territoriali, sia all’Agenzia delle Entrate che all’Agenzia-riscossione, tenendo conto, nell’evasione della pratica, del rimborso degli eventuali interessi che sono maturati sulla base delle vigenti disposizioni.

Il decreto Mef attuativo delle nuove modalità e tempistiche di rimborso di cui sopra, all’art. 3 individua anche i criteri da applicare circa la priorità gerarchica della liquidazione dei rimborsi, fermo restando quanto disciplinato dall’art.38-bis del D.P.R. 633/1972, il quale prevede che con decreti del Ministero dell’Economia e delle Finanze sono individuate in relazione all’attività esercitata ed alle operazioni poste in essere, le categorie di contribuente per i quali i rimborsi sono eseguiti in via prioritaria.

Pertanto, il criterio utilizzato per la lavorazione delle istanze di rimborso presentate, sarà il seguente:

  • Data di erogabilità più remota;
  • Data di presentazione all’Ufficio;
  • Periodo di riferimento (annuale o infra annuale) più remoto;
  • Applicazione del principio dell’importo minore.

Per effetto delle nuove disposizioni entrate in vigore dal 1° gennaio 2018, sono state chiuse le contabilità speciali già istituite, e, ai fini dell’entrata a regime del nuovo meccanismo, servirà un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate con il quale approvare i contenuti e le modalità di trasmissione dei flussi telematici previsti dal Decreto Mef, 22 dicembre 2017.

 

2.Esonero per le PA trasmissione fatture emesse a privati c.d. Spesometro

La legge 4 dicembre 2017, n. 172 di conversione del D.L. 16 ottobre 2017, n. 148, ha introdotto una modifica in relazione alla all’adempimento   comunicativo   di   cui all’articolo 21, comma 1, del decreto-legge 31 maggio 2010, n.  78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, c.d. spesometro.

Ai sensi di quanto contenuto nella citata legge, le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono esonerate dalla trasmissione dei dati delle fatture emesse nei confronti   dei consumatori finali. Con il concetto di consumatore finale, ai fini IVA, si intendono tutti quei soggetti privati non titolari di P.IVA, nonché ai sensi della circolare 24/E del 30 maggio 2011 gli imprenditori e professionisti che hanno acquistato beni e servizi non rientranti nell’attività d’impresa o di lavoro autonomo.

In considerazione di ciò, le fatture/bollette relative alle utenze e alle lampade votive emesse nei confronti di soggetti di cui sopra, ai sensi delle novità della L.172/2017, non sono oggetto di comunicazione all’Agenzia.

3.La revoca del rappresentante del Comune presso enti, aziende ed istituzioni è riservata al Sindaco

Come è noto, l’art. 50 comma 8 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) riserva alla competenza del Sindaco la revoca dei rappresentanti del Comune presso enti, aziende ed istituzioni, sulla base degli indirizzi stabiliti dal consiglio.

Secondo la recente sent. 29 dicembre 2017 n. 6162 del Consiglio di Stato, sez. V, si tratta di una regola di portata generale e, come tale, prevalente sulle norme statutarie anteriori dei diversi enti, aziende e istituzioni, causa il carattere fiduciario persistente di tale nomine utili ad orientare gli organismi nei quali si trovano ad operare.

Nel caso specifico, i giudici di Palazzo Spada, hanno ritenuto pienamente applicabile il principio anche per le nomine dei rappresentanti di un comune nel consiglio d’amministrazione di un’istituzione pubblica d’assistenza e beneficenza. Poiché tali tipologie di istituzioni svolgono attività connesse ai fini degli enti pubblici, integrando l’azione per l’accrescimento del benessere della collettività, gli enti che procedono le nomine non possono rimanere indifferenti dinanzi alle scelte degli amministratori da essi nominati; di conseguenza, è legittima la revoca del rappresentante nei casi in cui venga meno il necessario rapporto di fiducia tra il nominato ed il Comune.

Quest’ultimo aspetto, peraltro, non è una novità: infatti, già in passato, la giurisprudenza (cfr., ad esempio, Consiglio di Stato, sez. V, sent. 20 ottobre 2008, n. 5107 e sent. 28 gennaio 2005, n. 178) aveva ribadito il carattere fiduciario insito nel giudizio di affidabilità nell’individuare il componente di spettanza del Comune, con l’ulteriore precisazione tale giudizio non può consumarsi nell’atto di nomina, ma deve perdurare nel corso dello svolgimento delle funzioni. In sintesi, perciò, la scelta del rappresentante non è la conseguenza di una procedura concorsuale finalizzata all’individuazione della figure più preparata, ma è frutto di un combinazione di professionalità del soggetto e della necessaria sintonia con l’indirizzo politico-amministrativo stabilito dall’amministrazione comunale, intesa non tanto come un’adesione all’orientamento politico dei vertici comunali quanto, piuttosto, ad un accordo sulle scelte concrete dell’Ente nominante.

4.Legittima la richiesta di accesso civico circa l’effettiva modalità di esecuzione dei lavori appaltati dal Comune

Segnaliamo l’interessante sentenza 22 dicembre 2017 n. 6028 del TAR Campania, Napoli, sez. VIII, in materia di accesso civico.

Nello specifico una cittadina aveva avanzato una richiesta di accesso civico generalizzato (ex art. 5 comma 2 del Decreto Legislativo n. 33/2013) per “visionare ed estrarre copia degli atti della Direzione dei lavori e/o del RUP, di estremi e data non conosciuta, da cui possa evincersi se l’appaltatore ha posto in opera i tubi offerti”.

Poto che le caratteristiche e le qualità dei tubi (le cui qualità erano state descritte nella gara e, dunque, note, i giudici hanno ritenuto legittima la richiesta ed illegittimo il diniego opposto dal Comune, con la precisazione che l’accesso non poteva estendersi anche all’individuazione dei canali di approvvigionamento e delle relative condizioni” che l’impresa aggiudicataria era riuscita a ottenere.

Come è noto, l’accesso civico generalizzato (a differenza dell’accesso ordinario) ha ad oggetto non solo documenti ma anche meri “dati e informazioni”: una volta oscurati gli atti dai quali possano evincersi le particolari modalità di approvvigionamento dei tubi e le condizioni economiche ottenute dalla ditta aggiudicataria), secondo i giudici non si ravvisa alcun confliggente interesse economico e commerciale che possa subire un pregiudizio dalla conoscenza dell’informazione in questione.

I giudici hanno, inoltre, ricordato che l’accesso civico ha “lo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico”. Sotto tale profilo la richiesta di verificare l’effettiva posa in opera dei tubi promessi dalla ditta aggiudicataria rientra pienamente nella finalità voluta dalla legge di consentire un controllo sull’uso delle risorse pubbliche.

Infine, ma non meno importante, secondo i giudici l’indagine sulle “reali motivazioni” del richiedente l’accesso civico generalizzato esula dai compiti attribuiti al Comune, che deve limitarsi a verificare che non ricorrano casi di esclusione previsti dalla legge.

Numero 1 Anno 2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

  • La tassazione ai fini dell’imposta di registro e dell’imposta di bollo di un contratto d’appalto stipulato tra Comune ed un’organizzazione di volontariato
  • Incentivi per Funzioni Tecniche, novità in Legge di Bilancio
  • Legittima la convalida del Consiglio comunale di una precedente deliberazione di surroga di un consigliere viziata dalla mancanza del quorum
  • L’invito alla gara di appalto dell’affidatario uscente è possibile solo eccezionalmente

1. La tassazione ai fini dell’imposta di registro e dell’imposta di bollo di un contratto d’appalto stipulato tra Comune ed un’organizzazione di volontariato

Segnaliamo ai lettori la soluzione offerta dall’Agenzia delle Entrate (provv. n. 158/E del 21 dicembre 2017) in risposta ad un interpello ordinario ex art. 11 comma 1 lett. a) dello Statuto del contribuente su una questione fiscale di interesse per i Comuni: la tassazione, ai fini dell’imposta di registro e dell’imposta di bollo, di un contratto d’appalto stipulato fra l’Ente locale ed un’organizzazione di volontariato.

In sintesi, il Comune che ha proposto il quesito aveva affidato in appalto il servizio di mantenimento e custodia dei cani e gatti randagi ad un’associazione di volontariato, regolarmente iscritta nel Registro delle organizzazioni di volontariato della Regione ed operante fuori campo IVA; dovendo procedere alla stipula del relativo contratto e alla conseguente registrazione, l’Ente locale ha chiesto chiarimenti sulle modalità di tassazione del suddetto atto ai fini dell’imposta di registro e dell’imposta di bollo, alla luce delle modifiche normative introdotte in materia per le organizzazioni di volontariato dal Decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117, recante il “Codice del Terzo settore”.

La soluzione prospettata dall’Ente era nel senso dell’esenzione sia dell’imposta di registro sia di quella di bollo, essendo la controparte un’associazione di volontariato, ai sensi dell’art. 8 comma 1 della Legge n. 266/1991(c.d. “Legge quadro sul volontariato”), secondo cui “Gli atti costitutivi delle organizzazioni di volontariato (…) costituite esclusivamente per fini di solidarietà, e quelli connessi allo svolgimento delle loro attività sono esenti dall’imposta di bollo e dall’imposta di registro”.

L’Agenzia delle Entrate, tuttavia, ha evidenziato come l’intera Legge n. 266/1991 sia stata abrogata dal nuovo Codice del Terzo settore. In particolare, il nuovo Codice ha disposto che le disposizioni contenute nel titolo X relative al regime fiscale degli enti del Terzo settore si applicano agli enti iscritti nel Registro unico nazionale a decorrere dal periodo d’imposta successivo all’autorizzazione della Commissione europea di cui all’art. 101, comma 10, e comunque, non prima del periodo di imposta successivo a quello di operatività del Registro stesso.

Una deroga alla suddetta previsione è recata dall’articolo 104, comma 1, del Codice in base al quale per le ONLUS, le organizzazioni di volontariato (ODV) e le associazioni di promozione sociale (APS)  iscritte nei relativi registri, è stabilita l’applicabilità in via transitoria, a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2017 (quindi dal 1° gennaio 2018) e fino all’entrata in vigore delle disposizioni del titolo X, di alcune disposizioni, espressamente previste dall’articolo 104, comma 1, del CTS.

Tra le disposizioni che si applicano dal 1° gennaio 2018 alle ONLUS, alle ODV e alle APS è ricompreso, in particolare, l’art. 82 del Codice concernente disposizioni in materia di imposte indirette e tributi locali. Detta norma prevede, fra l’altro:

al comma 3, l’applicazione in misura fissa dall’imposta di registro (oltre che dalle imposte ipotecaria e catastale) per gli atti costitutivi e le modifiche statutarie, comprese le operazioni di fusione, scissione o trasformazione poste in essere dagli enti del Terzo settore di cui al comma 1 del medesimo art. 82 (enti del terzo settore comprese le cooperative sociali ed escluse le imprese sociali costituite in forma di società); per le modifiche statutarie che hanno lo scopo di adeguare gli atti a modifiche o integrazioni normative è prevista l’esenzione dall’imposta di registro;
al comma 4, l’applicazione in misura fissa dell’imposta di registro (oltre che delle imposte ipotecaria e catastale), alle condizioni normativamente previste, per gli atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di beni immobili e per gli atti traslativi o costituitivi di diritti reali immobiliari di godimento a favore di tutti gli enti del Terzo settore di cui al comma 1;
al comma 5, l’esenzione dall’imposta di bollo per gli atti, i documenti, le istanze, i contratti, nonché le copie anche se dichiarate conformi, gli estratti, le certificazioni, le dichiarazioni, le attestazioni e ogni altro documento cartaceo o informatico in qualunque modo denominato posti in essere o richiesti dagli enti del Terzo settore di cui al comma 1.

Per quanto concerne l’individuazione delle norme applicabili nel periodo compreso tra il 3 agosto 2017 (termine generale di entrata in vigore del Codice del Terzo settore) sino alla fine del periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2017 occorre tener conto di quanto stabilito dall’articolo 5-sexies del Decreto-legge 16 ottobre 2017, n. 148 convertito dalla legge 4 dicembre 2017, n. 172, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 283 del 5 dicembre 2017. Detto articolo stabilisce che “l’articolo 104 del decreto legislativo 2 agosto 2017, si interpreta nel senso che i termini di decorrenza indicati nei commi 1 e 2 valgono anche ai fini dell’applicabilità delle disposizioni fiscali che prevedono corrispondentemente modifiche o abrogazioni di disposizioni vigenti prima della data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo n. 117. Pertanto le disposizioni di carattere fiscale richiamate dagli articoli 99, comma 3 e 102, comma 1 del medesimo decreto legislativo n. 117, continuano a trovare applicazione senza soluzione di continuità fino al 31 dicembre 2017”.

La norma sopra riportata, avente carattere di norma di interpretazione autentica, chiarisce in sostanza che le modifiche e l’abrogazione delle disposizioni fiscali operate dal Decreto legislativo n. 117 del 2017 hanno la stessa decorrenza delle nuove disposizioni introdotte dal medesimo decreto. Ne consegue che le ONLUS, le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale continuano a fruire delle disposizioni agevolative di settore fino al periodo di applicabilità delle nuove norme.

Dal quadro normativo sopra delineato, per quanto riguarda il caso di specie, l’Agenzia ha tratto le seguenti conclusioni:

qualora il contratto di appalto venga registrato entro il 31 dicembre, esso sarà considerato esente dall’imposta di registro e dall’imposta di bollo, ai sensi dell’art. 8, comma 1, della Legge n. 266/1991, in forza di quanto disposto dall’art. 5-sexies del D.L. n. 148/2017;
qualora, invece, il contratto venga registrato dopo il 31 dicembre 2017, esso sarà considerato esente dall’imposta di bollo, ai sensi dell’art. 82, comma 5, del nuovo Codice del Terzo settore, mentre sarà assoggettato all’imposta di registro con aliquota del 3%, ai sensi dell’art. 9 della tariffa, parte prima, allegata al DPR 26 aprile 1986, n. 131, rubricato “Atti diversi da quelli altrove indicati aventi per oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale”: ciò in quanto il richiamato art. 82 del nuovo Codice, ai commi 3 e 4, contempla agevolazioni, ai fini dell’imposta di registro, per fattispecie differenti da quella in esame.

2. Incentivi per Funzioni Tecniche, novità in Legge di Bilancio

Con l’approvazione della legge di bilancio 2018 è stata risolta la controversa situazione degli incentivi per funzioni tecniche relativi ai quadri economici di lavori pubblici. Il comma 304novies della citata legge di bilancio, infatti, modifica il contenuto dell’art. 113 del D.lgs. 18 aprile 2016, n. 50 (codice dei contratti pubblici) introducendo il comma 5bis che recita: “Gli incentivi di cui al presente articolo fanno capo al medesimo capitolo di spesa previsto per i singoli lavori, servizi e forniture”. La Sezione Autonomie della Corte dei Conti con la deliberazione 24/2017, aveva confermato quanto la stessa aveva chiarito con la precedente deliberazione 7/2017, ossia che gli incentivi per ”funzionitecniche”,dicuiall’art.113, comma2, deld.lgs.50/2016, costituiscono spese correnti con la conseguenza che gli stessi sarebbero dovuti essere finanziati dal bilancio dell’ente e rientrare, quindi, nel tetto di spesa per il salario accessorio dei dipendenti pubblici. Con tale modifica viene precisato solo che gli incentivi relativi lavori pubblici fanno parte dei capitoli si spesa per investimenti, superando in tal modo la resistenza della Corte dei conti, Sezione delle Autonomie che aveva considerato tutti gli incentivi (lavori, servizi e forniture) come spesa corrente. Va verificato se detto cambiamento sia in grado di cambiare la posizione della Sezione Autonomie sulla esclusione dai vincoli del salario accessorio per i soli lavori pubblici.

3. Legittima la convalida del Consiglio comunale di una precedente deliberazione di surroga di un consigliere viziata dalla mancanza del quorum

Secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, i consiglieri comunali possono adire il giudice amministrativo nelle sole ipotesi di lesione dello ius ad officium; invero, al riguardo è stato osservato che «l’impugnativa di singoli consiglieri può ipotizzarsi soltanto allorché vengano in rilievo atti incidenti in via diretta sul diritto all’ufficio dei medesimi e, quindi, su un diritto spettante alla persona investita della carica di consigliere, dovendosi escludere che ogni violazione di forma e di sostanza nell’adozione di una deliberazione (nella specie, riguardanti i contenuti della variazione di bilancio e dei relativi equilibri, la determinazione di vendita di un immobile comunale, nonché la previa dichiarazione di carenza di interesse culturale), che di per sé può produrre un atto illegittimo impugnabile dai soggetti diretti destinatari o direttamente lesi dal medesimo, si traduca in una automatica lesione dello ius ad officium » (Consiglio di Stato sez. VI 07 febbraio 2014 n. 593).

Applicando tale principio, il TAR Campania, Napoli, sez. VIII, nella sent. 27 dicembre 2017 n. 6104 ha affermato che è inammissibile il ricorso avverso la delibera con la quale il consiglio comunale abbia disposto la surroga di un consigliere dimissionario, in attuazione di una normativa anche vincolante in quanto finalizzata a tutelare l’interesse pubblico al buon andamento della p.a., attraverso la presenza, in consiglio, di tutti gli eletti espressi dal corpo elettorale. Nel caso specifico, alcuni consiglieri avevano impugnato la delibera di surroga lamentando la mancanza del quorum strutturale: i giudici hanno evidenziato che, sebbene sia possibile un vizio nella illegittima costituzione del Consiglio comunale su precedenti deliberazioni per mancanza del quorum strutturale, rimane piena facoltà dell’organo consiliare ricorrere all’istituto della convalida per porre rimedio al suddetto vizio, come peraltro avvenuto nella fattispecie.

Difatti, l’art. 21 nonies, secondo comma della legge 7 agosto 1990 n. 241 stabilisce che «è fatta salva la possibilità di convalida del provvedimento annullabile, sussistendone le ragioni di interesse pubblico ed entro un termine ragionevole». Ne consegue che l’istituto della convalida non può ritenersi applicabile ai soli casi di incompetenza relativa, estendendosi a tutte le ipotesi di annullabilità, tra cui ricadono anche le ipotesi di violazione di legge per violazione del quorum strutturale di un organo collegiale.

4. L’invito alla gara di appalto dell’affidatario uscente è possibile solo eccezionalmente

Invitare ad una nuova gara d’appalto per il medesimo servizio anche l’affidatario uscente è una facoltà da esercitare eccezionalmente e con adeguata motivazione: è quanto ribadito dal Consiglio di Stato, sez. V, nella sent. 13 dicembre 2017 n. 5854 (confermando quanto affermato nella sent. 31 agosto 2017, n. 4125 ella sez. VI).

I giudici di Palazzo Spada hanno ricordato l’obbligatorietà del principio di rotazione per le gare di lavori, servizi e forniture negli appalti cd. “sotto soglia”. In particolare, il principio di rotazione ‒ che per espressa previsione normativa deve orientare le stazioni appaltanti nella fase di consultazione degli operatori economici da consultare e da invitare a presentare le offerte ‒ trova fondamento nella esigenza di evitare il consolidamento di rendite di posizione in capo al gestore uscente (la cui posizione di vantaggio deriva soprattutto dalle informazioni acquisite durante il pregresso affidamento), soprattutto nei mercati in cui il numero di agenti economici attivi non è elevato.

Pertanto, anche al fine di ostacolare le pratiche di affidamenti senza gara ripetuti nel tempo che ostacolino l’ingresso delle piccole e medie imprese e di favorire, per contro, la distribuzione temporale delle opportunità di aggiudicazione tra tutti gli operatori potenzialmente idonei, il principio in questione comporta, in linea generale, che l’invito all’affidatario uscente riveste carattere eccezionale. Per l’effetto, ove la stazione appaltante intenda comunque procedere all’invito di quest’ultimo, dovrà puntualmente motivare tale decisione, facendo in particolare riferimento al numero (eventualmente) ridotto di operatori presenti sul mercato, al grado di soddisfazione maturato a conclusione del precedente rapporto contrattuale ovvero all’oggetto e alle caratteristiche del mercato di riferimento (in tal senso, cfr. la delibera 26 ottobre 2016, n. 1097 dell’Autorità nazionale anticorruzione, linee guida n. 4).

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