numero-48-anno-2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

 

 

  1. Aggiornato il Simulatore Addizionale per l’Irpef dei Comuni
  2. Il bilancio consolidato rimane un adempimento fondamentale nonostante la scadenza del 30 settembre
  3. Il dirigente comunale (e non la Giunta) decide sulla proroga dell’orario di chiusura notturna di un locale commerciale
  4. Il termine per il soccorso istruttorio è perentorio

 

 

  1. Aggiornato il Simulatore Addizionale per l’Irpef dei Comuni

Il dipartimento delle Finanze ha comunicato che il Simulatore Addizionale comunale Irpef, utile per la simulazione dell’anno d’imposta 2019, è stato aggiornato con i dati estratti dalle dichiarazioni 2017 relative all’anno d’imposta 2016.

Questo strumento consentirà ai Comuni, che hanno facoltà di stabilire un’aliquota unica applicata a tutti gli scaglioni di reddito ovvero di differenziare l’importo dovuto, deliberando aliquote differenti sulla base degli scaglioni di reddito imponibile ai fini Irpef, di analizzare e valutare l’effetto della variazione dei principali elementi dell’addizionale Irpef, quali l’aliquota unica, le aliquote differenziate, la soglia di esenzione, sul gettito.

I Comuni interessati possono accedere ai Simulatori entrando nell’Area Riservata del Portale Federalismo Fiscale e scaricando l’applicazione. L’accesso al servizio è riservato esclusivamente al personale abilitato quale amministratore locale di SIATEL 2 – Punto Fisco.

Il simulatore è raggiungibile alla pagina internet http://www.portalefederalismofiscale.gov.it previo accesso all’area riservata, seguendo il percorso servizi – Dipartimento delle finanze.

Sulla stessa piattaforma, tramite il servizio “analisi statistiche”, i comuni possono anche accedere ai principali dati statistici estratti dalle dichiarazioni fiscali dei residenti nel proprio territorio (Irpef, Ires, Iva, Irap).

Sono disponibili sulla piattaforma Open data le statistiche sulle principali variabili Irpef a livello comunale in serie storica.

La simulazione può essere effettuata tanto in termini di competenza (relativamente al periodo di imposta e non al momento del pagamento) quanto in termini di cassa (relativo solo ai costi per cui ci sia stata manifestazione finanziaria); in quest’ultimo caso è consentita l’analisi degli impatti per il triennio 2018-2020.

 

  1. Il bilancio consolidato rimane un adempimento fondamentale nonostante la scadenza del 30 settembre

Il 30 settembre 2018 è scaduto il termine per l’approvazione del Bilancio Consolidato a carico di tutti gli Enti locali, da trasmettere entro i successivi 30 giorni alla Bdap, pena il divieto di assunzione tramite qualsiasi forma contrattuale (art. 9, D.L. n. 113/2016).

La ratio di tale adempimento è legata alla necessità di gestire l’amministrazione locale unitamente all’insieme di aziende eterogenee che sorgono su iniziativa della stessa per il più ottimale perseguimento di determinati interessi pubblici, grazie ad una rappresentazione contabile che illustri le complessive scelte di indirizzo, pianificazione e controllo, con particolare attenzione al risultato economico.

Il bilancio consolidato è, quindi, lo strumento informativo primario di dati patrimoniali, economici e finanziari del gruppo inteso come un’unica entità economica distinta dalle singole società e/o Enti componenti il gruppo.

Il Consolidato è costituito da Conto Economico, Stato Patrimoniale e relativi allegati (Relazione sulla gestione consolidata con Nota Integrativa e Relazione dei Revisori dei Conti), facendo riferimento all’area di consolidamento individuata dall’Ente locale capogruppo entro il 31 dicembre dell’esercizio di riferimento.

Al fine di determinare l’area di consolidamento è necessario, innanzitutto, definire il cosiddetto “Gruppo amministrazione pubblica” (GAP – allegato 4/4 del D. Lgs n°118/2011, §2) e successivamente predisporre l’elenco delle società da includere nel perimetro del consolidamento, applicando esclusioni dettate dal principio di irrilevanza.

Dall’esercizio 2018, non rientrano le società la cui incidenza di attivo, patrimonio netto e ricavi caratteristici sia inferiore al 3% e la sommatoria delle percentuali dei bilanci singolarmente considerati irrilevanti deve presentare, per ciascuno dei parametri, un’incidenza inferiore al 10% della posizione patrimoniale, economica e finanziaria della capogruppo. Qualora quest’ultima soglia venga superata, l’Ente capogruppo dovrà individuare i bilanci degli Enti singolarmente irrilevanti da inserire nel Consolidato.

Posta l’elevata competenza tecnica di cui la redazione del Bilancio Consolidato necessita, l’Ente capogruppo può decidere di affidare a terzi la redazione del documento contabile.

 

 

  1. Il dirigente comunale (e non la Giunta) decide sulla proroga dell’orario di chiusura notturna di un locale commerciale

L’art. 48, comma 2 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) dispone che “La giunta compie tutti gli atti rientranti ai sensi dell’articolo 107, commi 1 e 2, nelle funzioni degli organi di governo, che non siano riservati dalla legge al consiglio e che non ricadano nelle competenze, previste dalle leggi o dallo statuto, del sindaco o del presidente della provincia o degli organi di decentramento”.

L’art. 107 comma 2, a sua volta, prevede che “Spettano ai dirigenti tutti i compiti, compresa l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo dell’ente o non rientranti tra le funzioni del segretario o del direttore generale […]”.

Alla luce del suddetto impianto normativo, secondo la recente sent. 11 dicembre 2018 n. 1156 del TAR Veneto, sez. III, rientra nella competenza del dirigente comunale e non in quella della Giunta la decisione sulla richiesta di concessione della proroga dell’orario di chiusura notturna di un esercizio commerciale, “non potendo la Giunta comunale (organo di governo dell’ente ed avente natura politica) provvedere puntualmente sulle singole domande presentate dai privati”.

 

  1. Il termine per il soccorso istruttorio è perentorio

Il termine concesso dalla stazione appaltante al concorrente per l’integrazione documentale nell’ambito del soccorso istruttorio (previsto dall’art. 83 del Codice degli appalti pubblici) è perentorio: è quanto ribadito dal TAR Toscana, sez. II, con la sent. 27 novembre 2018, n. 1539 (nel caso specifico, si era registrato un ritardo di circa un’ora e mezza nella consegna dei documenti rispetto all’orario fissato, con conseguente esclusione dell’operatore economico, ritenuta legittima dai giudici fiorentini).

Come affermato in precedenza dalla giurisprudenza (cfr., ad esempio, TAR Lazio, Roma, sez. I ter, sent. 30 marzo 2018, n. 3572), ogni dilazione ulteriore rispetto a quella consentita dalla legge contrasterebbe con la necessità di un celere svolgimento della procedura di affidamento, che sarebbe irrimediabilmente soggetta all’inerzia dei concorrenti. Un’eventuale diversa conclusione determinerebbe la violazione della par condicio dei concorrenti, andando a premiare il comportamento di chi negligentemente abbia omesso di allegare la documentazione richiesta, anche a seguito di soccorso istruttorio, a scapito di quegli operatori che, invece, hanno presentato una documentazione ab origine completa e regolare o che si sono immediatamente conformati alle richieste della stazione appaltante.

 

 

numero-47-anno-2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

 

 

  1. Compensi agli avvocati interni con IRAP a carico del Comune
  2. Disponibile il nuovo questionario unico FC40U per i fabbisogni standard
  3. Il teleriscaldamento rientra nell’ambito dei servizi pubblici locali
  4. Nella gare d’appalto il giudizio di non congruità dell’offerta richiede idonea motivazione

 

 

 

  1. Compensi agli avvocati interni con IRAP a carico del Comune

Il pagamento dell’Irap, dovuto dal Comune sui compensi professionali dei propri avvocati, non deve comportare una corrispondente decurtazione della somma finale corrisposta al singolo avvocato a titolo di compenso professionale: è il principio sancito dalla Corte dei Conti, sez. reg. di controllo per la Lombardia con il parere n. 267/2018.

L’Amministrazione è, infatti, il soggetto passivo dell’obbligazione tributaria, come peraltro già affermato in passato dalle Sezioni Riunite della Corte dei conti con la delib. n. 33 del 30 maggio 2010 e dalle stessa sez. reg. di controllo per la Lombardia con le delib. n. 73/2012 e n. 469/2015. In sintesi, secondo i giudici contabili, è l’ente pubblico ad essere debitore d’imposta e, di conseguente, è tenuto a costituire, nel rispetto dell’ordinamento contabile, la provvista necessaria al pagamento della medesima. In particolare, in aderenza alla necessità di garantire adeguata copertura ad una qualunque spesa gravante sulle amministrazioni pubbliche e di rispettare il principio del pareggio di bilancio posto dall’art. 81 della Costituzione, le somme destinate al pagamento dell’Irap devono trovare preventiva copertura finanziaria in sede di costituzione dei fondi destinati a compensare l’attività dell’avvocatura comunale.

Sul punto, peraltro, si registra anche la pronuncia 5 ottobre 2017, n. 4970, del Consiglio di Stato, sez. V, che ha confermato la legittimità dell’annullamento di un regolamento comunale nel quale si affermava che i compensi dell’avvocatura erano comprensivi degli oneri riflessi e dell’IRAP.

In questa ottica l’Amministrazione deve utilizzare, infatti, le prerogative di organizzazione e programmazione che le sono proprie, reperendo nel bilancio le risorse necessarie per far fronte all’obbligazione tributaria alla quale è tenuta. Del resto, il Comune ricorre sempre alle risorse di bilancio anche per far fronte all’obbligo di pagare il compenso accessorio ai propri legali nel caso di sentenza favorevole con compensazione delle spese, che grava sull’erario in modo integrale (Corte costituzionale, sent. n. 236/2017).

 

  1. Disponibile il nuovo questionario unico FC40U per i fabbisogni standard

A seguito della pubblicazione sulla G.U. n. 275 del 26 novembre scorso del decreto direttoriale della Ragioneria Generale dello Stato del 21 novembre 2018, è disponibile sul portale opendata.sose.it il nuovo questionario unico FC40U per i Comuni, le Unioni di Comuni e le Comunità montane delle Regioni a statuto ordinario e per i Comuni e Unioni di Comuni della Sicilia, ai fini del monitoraggio e della revisione dei fabbisogni standard e delle relative funzioni fondamentali.

Il primo modulo, relativo ai “Dati strutturali, raccoglie le informazioni in merito alle caratteristiche dell’ente e del territorio, nonché alle risorse a disposizione per la produzione dei servizi svolti per le funzioni di istruzione pubblica, settore sociale e asili nido, amministrazione, gestione e controllo (ufficio tecnico), polizia locale, viabilità e trasporti e gestione del territorio e dell’ambiente.

Il secondo modulo, riguardanti i “Dati relativi al personale e dati contabili, raccoglie le informazioni riguardanti le consistenze e le spese del personale addetto a ciascun servizio e riguardanti le entrate (accertamenti) e le spese (impegni) correnti per ogni servizio.

Nella parte conclusiva del questionario, nella sezioneSintesi dei dati contabili, il totale delle spese correnti inserite, calcolato automaticamente dal sistema, deve corrispondere alla somma degli importi presenti nel Quadro 10 del Certificato Consuntivo 2017, codice 10 0930, per il totale dei Macroaggregati.

 

 

  1. Il teleriscaldamento rientra nell’ambito dei servizi pubblici locali

L’art. 112 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) prevede che “Gli enti locali, nell’ambito delle rispettive competenze, provvedono alla gestione dei servizi pubblici che abbiano per oggetto produzione di beni ed attività rivolte a realizzare fini sociali e a promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali”.

La genericità della norma si spiega con la circostanza che gli enti locali, ed il Comune in particolare, sono enti a fini generali dotati di autonomia organizzativa, amministrativa e finanziaria (art. 3 TUEL), nel senso che essi hanno la facoltà di determinare da sé i propri scopi e, in particolare, di decidere quali attività di produzione di beni ed attività, purché genericamente rivolte a realizzare fini sociali ed a promuovere lo sviluppo economico e civile della comunità locale di riferimento, assumere come doverose. Quel che rileva è, perciò, la scelta politico-amministrativa dell’ente locale di prendere in carico il servizio, al fine di soddisfare in modo continuativo obiettive esigenze della comunità.

Difettando una espressa definizione del servizio pubblico locale, la giurisprudenza ha riconosciuto tale qualifica a “…quelle attività caratterizzate sul piano oggettivo dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionati in base a scelte di carattere eminentemente politico, quanto alla destinazione delle risorse economiche disponibili ed all’ambito di intervento, e, su quello soggettivo, dalla riconduzione diretta o indiretta (per effetto di rapporti concessori o di partecipazione all’assetto organizzativo dell’ente) ad una figura soggettiva di rilievo pubblico…La qualifica di servizio pubblico locale (in contrapposizione a quella di appalto di servizi) è stata pertanto riconosciuta a quelle attività destinate a rendere una utilità immediatamente percepibile ai singoli o all’utenza complessivamente considerata, che ne sopporta i costi direttamente, mediante il pagamento di un’apposita tariffa, così che requisito essenziale della nozione di servizio pubblico locale è la circostanza che il singolo o la collettività ricevano un vantaggio diretto, e non mediato, da un certo servizio” (Consiglio di Stato, sez. V, sent. 2 maggio 2013, n. 2396).

Alla luce delle precedenti osservazioni, il TAR Piemonte, sez. I, nella sent. 27 novembre 2018, n. 1274 ha affermato che anche il servizio di teleriscaldamento, definito dall’art. 1 lett. g) del Decreto Legislativo 3 marzo 2011, n. 28 come “la distribuzione di energia termica in forma di vapore, acqua calda o liquidi refrigerati, da una o più fonti di produzione verso una pluralità di edifici o siti tramite una rete, per il riscaldamento o il raffreddamento di spazi, per processi di lavorazione e per la fornitura di acqua calda sanitaria”, rientra nell’ambito dei servizi pubblici locali “facoltativi” di cui all’art. 112 del TUEL.

 

  1. Nella gare d’appalto il giudizio di non congruità dell’offerta richiede idonea motivazione

Secondo il pacifico orientamento giurisprudenziale (cfr., ad esempio, Consiglio di Stato, sez. V, sent. 17 maggio 2018, n. 2951 e sent. 13 settembre 2018, n. 5378), in caso di valutazione di congruità dell’offerta apparentemente anomala non occorre che la relativa determinazione sia fondata su un’articolata motivazione ripetitiva delle medesime giustificazioni ritenute accettabili o espressiva di ulteriori apprezzamenti; il relativo giudizio favorevole di non anomalia dell’offerta non richiede, dunque, una motivazione puntuale ed analitica, essendo sufficiente anche una motivazione espressa per relationem alle giustificazioni rese dall’impresa offerente, sempre che queste ultime siano a loro volta congrue ed adeguate.

Diverso è il caso in cui il procedimento di verifica si concluda con un esito di non congruità dell’offerta: in tal caso, come ricordato recentemente dal TAR Lazio, Roma, sez. II, nella sent. 26 novembre 2018, n. 11434, la stazione appaltante deve motivare congruamente tale scelta, dato che corrisponde a un criterio logico, prima ancora che giuridico, che la motivazione di esclusione debba avere i requisiti della completezza e della adeguatezza.

numero-46-anno-2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

 

  1. Legittimo l’avviso di accertamento dell’imposta sulla pubblicità con firma a mezzo stampa del legale rappresentante del concessionario
  2. Basta la pubblicazione dell’avviso di indagine di mercato per l’attivazione del fondo pluriennale vincolato
  3. La relazione dell’organo di revisione sulla proposta di rendiconto deve essere consegnata in tempo ai consiglieri
  4. La decisione di non scorrere le graduatorie esistenti e di indire un nuovo concorso per l’assunzione di personale deve essere adeguatamente motivata
  1. Legittimo l’avviso di accertamento dell’imposta sulla pubblicità con firma a mezzo stampa del legale rappresentante del concessionario

 

 

L’art. 11 comma del Decreto Legislativo n. 507/1993 consente al Comune di scegliere fra la gestione diretta e la gestione in concessione dell’imposta sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni.

In particolare, nel primo caso, secondo quanto previsto dal comma 1 della suddetta norma, il Comune designa un funzionario cui sono attribuiti la funzione ed i poteri per l’esercizio di ogni attività organizzativa e gestionale in merito e che sottoscrive anche le richieste, gli avvisi, i provvedimenti relativi e dispone i rimborsi.

Invece, nel secondo caso, ossia quando il Comune decide di dare in concessione la gestione dell’imposta e del diritto suddetti, le attribuzioni gestionali spettano al concessionario.

Un aspetto importante della materia è rappresentato dalla sottoscrizione dei vari provvedimenti.

In generale, secondo quanto previsto dall’art. 1, comma 162, della Legge n. 296/2006 (Finanziaria 2007), gli avvisi di accertamento dei tributi locali “sono sottoscritti dal funzionario designato dall’ente locale per la gestione del tributo”. In merito a detta sottoscrizione, l’art. 1, comma 87, della Legge n. 549/1995, stabilisce che “la firma autografa prevista dalle norme che disciplinano i tributi regionali e locali sugli atti di liquidazione e accertamento è sostituita dall’indicazione a stampa del nominativo del soggetto responsabile, nel caso in cui gli atti medesimi siano prodotti da sistemi informativi automatizzati”. Secondo la giurisprudenza (cfr., ad esempio, Cass., sent. n. 20628/2017), a garanzia del contribuente e della trasparenza della azione amministrativa, il nominativo del funzionario responsabile va individuato con apposito provvedimento di livello dirigenziale.

È utile segnalare, su tale aspetto, la recente sent. n. 30050 del 21 novembre 2018 della Corte di Cassazione, sez. V civ., con cui è stato affermato che, a differenza dell’ipotesi in cui sia il Comune a gestire direttamente l’imposta per la pubblicità ed il diritto sulle pubbliche affissioni, nel caso del concessionario non serve alcun provvedimento comunale che individui espressamente il responsabile dell’emanazione degli atti di liquidazione ed accertamento del tributo, in quanto in tale circostanza tale figura è di norma individuabile nel legale rappresentante dell’operatore economico concessionario, peraltro agevolmente tramite la verifica del Registro delle Imprese, previsto dall’art. 2188 c.c., e tenuto da apposito ufficio istituito presso le Camere di Commercio.

Di conseguenza, secondo i giudici, deve ritenersi legittimo un avviso di accertamento, emesso in relazione all’imposta sulla pubblicità, riportante la firma a mezzo stampa (e non la sottoscrizione autografa) dell’Amministratore Unico della società concessionaria del servizio di liquidazione, accertamento e riscossione del tributo afferente la pubblicità e le affissioni, in forza di convenzione sottoscritta con il Comune.

 

 

  1. Basta la pubblicazione dell’avviso di indagine di mercato per l’attivazione del fondo pluriennale vincolato

Il principio contabile 4/2, al paragrafo 5.4, prevede che possono essere finanziate dal fondo pluriennale vincolato “le spese riferite a procedure di affidamento attivate ai sensi dell’art. 53, comma 2, del citato decreto legislativo n. 163 del 2006, unitamente alle voci di spesa contenute nel quadro economico dell’opera (ancorché non impegnate)”.

Il riferimento al Decreto Legislativo n. 163/2006 deve ritenersi ormai superato ed il rinvio è da intendersi al nuovo Codice dei contratti pubblici di cui al Decreto Legislativo n. 50/2016.

Secondo la sez. reg. di controllo per il Veneto, parere n. 439 del 14 novembre 2018, tenuto conto che la pubblicazione dell’avviso di indagine di mercato prevista dall’art. 36, comma 2, lett. b), del D.lgs. n. 50/2016, indica per l’ordinamento vigente l’avvio della relativa procedura, analogamente alla pubblicazione del bando di gara e all’invio dell’invito a presentare le offerte (nelle procedure negoziate senza bando), assicurando, in mancanza dell’impegno di spesa (e, dunque, di un’obbligazione giuridicamente perfezionata) il necessario ancoraggio giuridico della copertura delle spese per lavori pubblici mediante il Fondo Pluriennale Vincolato: di conseguenza, tale pubblicazione può già ritenersi sufficiente a consentire il trasferimento al Fondo medesimo del finanziamento oggetto di “prenotazione”.

 

 

 

  1. La relazione dell’organo di revisione sulla proposta di rendiconto deve essere consegnata in tempo ai consiglieri

L’art. 227 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) dispone che “La dimostrazione dei risultati di gestione avviene mediante il rendiconto della gestione, il quale comprende il conto del bilancio, il conto economico e lo stato patrimoniale” (comma 1) e che “Il rendiconto della gestione è deliberato entro il 30 aprile dell’anno successivo dall’organo consiliare, tenuto motivatamente conto della relazione dell’organo di revisione. La proposta è messa a disposizione dei componenti dell’organo consiliare prima dell’inizio della sessione consiliare in cui viene esaminato il rendiconto entro un termine, non inferiore a venti giorni, stabilito dal regolamento di contabilità”.

Secondo la giurisprudenza (cfr., recentemente, TAR Campania, Napoli, sez. I, sent. 7 novembre 2018, n. 6473), è illegittima la delibera di approvazione del rendiconto se non è stata messa a disposizione dei consiglieri la relazione dell’organo di revisione sulla proposta in tempo utile per il relativo esame e per poter esprimere un voto consapevole.

Nella stessa occasione i giudici hanno anche evidenziato che è irrilevante la circostanza che la mancata consegna in tempo utile sia eventualmente addebitabile all’organo di revisione.

 

 

  1. La decisione di non scorrere le graduatorie esistenti e di indire un nuovo concorso per l’assunzione di personale deve essere adeguatamente motivata

Come è noto, l’art. 35 comma 5 ter del Testo Unico Pubblico Impiego (Decreto Legislativo n. 165/2001) dispone che le graduatorie dei concorsi per il reclutamento del personale delle pubbliche amministrazioni rimangono vigenti per un termine di tre anni dalla data di pubblicazione. Secondo la giurisprudenza (cfr., ad esempio, TAR Lazio, Roma, sez. III bis, sent 21 giugno 2016), la norma citata deve evidentemente essere interpretata nel senso reso palese dal suo tenore testuale nonché alla luce della ratio sottesa che, nella fattispecie, è indubbiamente quella di favorire, ove possibile, lo scorrimento delle graduatorie.

Di conseguenza, come ribadito recentemente dal TAR Lazio, Roma, sez. III bis, con la sent. 12 novembre 2018, n. 10862, qualora la P.A. non voglia utilizzare le graduatorie esistenti ma ritenga necessario indire un nuovo concorso, è tenuta a fornire un’adeguata motivazione sul punto, che deve riguardare l’effettiva carenza in concreto di professionalità equivalenti nell’ambito delle graduatorie concorsuali ancora valide. In tal senso, peraltro, si è espresso anche il Consiglio di Stato, sez. IV, nella sent. 24 agosto 2017, n. 4056, secondo cui “nell’impiego pubblico, in presenza di graduatorie concorsuali valide ed efficaci, l’amministrazione, se stabilisce di provvedere alla copertura dei posti vacanti, deve motivare la determinazione riguardante le modalità di reclutamento del personale, anche qualora scelga l’indizione di un nuovo concorso, in luogo dello scorrimento delle graduatorie vigenti”.

 

 

 

 

 

numero-45-anno-2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

 

  1. La fornitura di acqua da parte dei consorzi di bonifica ed irrigazione non rileva ai fini fiscali
  2. La corretta destinazione dei proventi da violazione al limite della velocità
  3. Necessario rispettare il termine previsto a favore dei consiglieri comunali per l’esame della proposta di rendiconto
  4. L’affidamento del servizio al precedente assegnatario è eccezionale e deve essere motivato

 

 

  1. La fornitura di acqua da parte dei consorzi di bonifica ed irrigazione non rileva ai fini fiscali

Segnaliamo la recente risposta n. 80/2018 da parte dell’Agenzia dell’Entrate ad un interpello sulla rilevanza fiscale delle attività poste in essere dai consorzi di bonifica, nella quale i tecnici dell’Agenzia hanno ribadito, ricordando la risalente circolare n. 28 del 28 ottobre 1991, che i consorzi di bonifica, di irrigazione e di miglioramento fondiario devono considerarsi enti non commerciali.

Ed infatti, l’art. 1, comma 1-bis, del decreto-legge 11 aprile 1989, n. 125, convertito dalla legge 2 giugno 1989, n. 214, stabilisce che “le attività istituzionalmente proprie, svolte ai sensi delle vigenti disposizioni legislative statali e regionali, da consorzi di bonifica, di irrigazione e di miglioramento fondiario, anche di secondo grado, non costituiscono attività commerciale”.

Conseguentemente, non costituisce provento di natura commerciale qualsiasi somma o rimborso corrisposto ai consorzi in argomento dallo Stato e da enti pubblici, al pari dei contributi versati dai consorziati, sempreché dette somme siano percepite nell’esercizio dell’attività propria dei consorzi ed in conformità alle finalità istituzionali dei medesimi.

Pertanto, come altresì precisato con la citata circolare n. 28 del 1991, non sono assoggettabili ad imposta i contributi consortili e gli altri proventi derivanti dall’attività di manutenzione ed esercizio delle opere di bonifica attesa anche l’impossibilità di parificare la distribuzione delle acque d’irrigazione ad una mera “erogazione” di servizio, come quelli dell’acqua, gas, luce elettrica, da identificare nell’attività di distribuzione di utenze a soddisfacimento prevalente di un interesse del consumatore, laddove il servizio del Consorzio è assolto prioritariamente nell’interesse generale della bonifica del comprensorio. Di conseguenza, posto che la fornitura di acqua per l’irrigazione da parte dei consorzi rientra nell’attività istituzionale, la stessa non può considerarsi imponibile ai fini delle imposte dirette e dell’IVA.

 

 

  1. La corretta destinazione dei proventi da violazione al limite della velocità

L’art. 142 della legge 30 aprile 1992 n. 285 (nuovo Codice della strada) contiene diposizioni in merito ai limiti di velocità da rispettare nel caso di percorrenza di tratte autostradali, di extraurbane principali, secondarie o locali sino ai centri abitati. Il comma 2 del medesimo articolo dispone che “Entro i limiti massimi suddetti, gli enti proprietari della strada possono fissare, provvedendo anche alla relativa segnalazione, limiti di velocità minimi e limiti di velocità massimi, diversi da quelli fissati al comma 1”. Al fine di controllare il rispetto di suddetti limiti, le amministrazioni locali possono dotarsi di apparecchiature debitamente omologate per verificare l’osservanza dei limiti di velocità; i successivi commi 12 bis e 12 ter prevedono che i proventi delle sanzioni derivanti dall’accertamento delle violazioni dei limiti massimi di velocità attraverso l’impiego di apparecchi o di sistemi di rilevamento della velocità ovvero attraverso l’utilizzazione di dispositivi o di mezzi tecnici di controllo a distanza delle violazioni sono attribuiti, in misura pari al 50 per cento ciascuno, all’ente proprietario della strada su cui è stato effettuato l’accertamento o agli enti che esercitano le relative funzioni e all’ente da cui dipende l’organo accertatore.

Gli enti destinano le somme derivanti dall’attribuzione delle quote dei proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie di cui al medesimo comma alla realizzazione di interventi di manutenzione e messa in sicurezza delle infrastrutture stradali, ivi comprese la segnaletica e le barriere, e dei relativi impianti, nonché al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale, ivi comprese le spese relative al personale, nel rispetto della normativa vigente relativa al contenimento delle spese in materia di pubblico impiego e al patto di stabilità interno.

 

 

  1. Necessario rispettare il termine previsto a favore dei consiglieri comunali per l’esame della proposta di rendiconto

L’art. 227 TUEL dispone che “Il rendiconto della gestione è deliberato entro il 30 aprile dell’anno successivo dall’organo consiliare, tenuto motivatamente conto della relazione dell’organo di revisione. La proposta è messa a disposizione dei componenti dell’organo consiliare prima dell’inizio della sessione consiliare in cui viene esaminato il rendiconto entro un termine, non inferiore a venti giorni, stabilito dal regolamento di contabilità”.

La ratio sottostante alla normativa è chiaramente quella di consentire ai membri del consiglio comunale, chiamati a pronunciarsi in sede di approvazione del rendiconto della gestione, di aver un congruo margine di tempo per poter studiare e documentarsi su di un documento contabile di particolare complessità tecnica e di sicura importanza nella gestione finanziaria e nella vita politica dell’ente locale.

È stato dunque ritenuto necessario dal legislatore che coloro che devono esprimere valutazioni politiche sul predetto conto consuntivo siano messi nella condizione di poter esprimere il proprio intendimento a ragion veduta, attraverso una preliminare compiuta disamina di ciò che andranno ad approvare nella relativa seduta consiliare.

Laddove il termine non sia rispettato, come peraltro affermato in precedenza in numerose occasioni dalla giurisprudenza amministrativa (ad esempio, TAR Campania, Napoli, sez. I, sent. 18 settembre 2017, n. 4412; TAR Calabria, Catanzaro, sez. I, sent. 6 dicembre 2017, n. 1900; TAR Molise, sez. I, sent. 11 aprile 2017, n.133) e ribadito di recente dal TAR Campania, Salerno, sez. II, nella sent. 5 novembre 2018, n. 1546, discende, de plano, l’illegittimità dell’atto adottato.

In altre sentenze (tra le quali si possono ricordare, ex aliis, TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, sent. 20 dicembre 2016, n. 2535; TAR Molise, sez. I, sent. 26 febbraio 2016 n. 103) si è ritenuto, invece, che la mancata concessione del termine di legge sia irrilevante ai fini della legittimità degli atti adottati, laddove l’amministrazione dimostri che lo scopo informativo legato al rispetto del termine sia stato comunque raggiunto, ossia che i consiglieri comunali abbiano avuto conoscenza di tutti gli elementi documentali utili ai fini di una effettiva partecipazione al dibattito consiliare, messi a disposizione in un tempo che si può comunque qualificare come congruo.

 

 

  1. L’affidamento del servizio al precedente assegnatario è eccezionale e deve essere motivato

L’art. 36 del Codice dei contratti pubblici (D. Lgs. n. 50/2016) dispone che “L’affidamento e l’esecuzione di lavori, servizi e forniture di importo inferiore alle soglie di cui all’articolo 35 avvengono nel rispetto dei principi di cui agli articoli 30, comma 1, 34 e 42, nonché del rispetto del principio di rotazione degli inviti e degli affidamenti e in modo da assicurare l’effettiva possibilità di partecipazione delle microimprese, piccole e medie imprese”.

Come emerge testualmente dalla lettura della norma, le stazioni appaltanti devono assicurare che nella aggiudicazione degli appalti e delle concessioni sia garantito il rispetto del principio di rotazione degli incarichi. La ratio di tale previsione risiede, infatti, nella esigenza di evitare che in capo al gestore uscente si consolidino condizioni di vantaggio derivanti dal pregresso affidamento.

In attuazione di tale principio, il TAR Campania, Salerno, sez. I, nella sent. 5 novembre 2018, n. 1591, ha ribadito che l’invito all’affidatario uscente riveste carattere eccezionale e deve essere adeguatamente motivato, avuto riguardo al numero ridotto di operatori presenti sul mercato, al grado di soddisfazione maturato a conclusione del precedente rapporto contrattuale ovvero all’oggetto e alle caratteristiche del mercato di riferimento (in tal senso, cfr. la delibera 26 ottobre 2016, n. 1097 dell’Autorità nazionale anticorruzione, Linee guida n. 4).

numero-44-anno-2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

 

  1. Le tariffe della Tari devono essere deliberate entro il termine previsto per l’approvazione del bilancio di previsione
  2. Il provvedimento di acquisizione sanante è di competenza del Consiglio comunale
  3. L’offerta tecnica presentata da un raggruppamento costituendo di professionisti deve essere firmata da tutti i componenti
  4. Non si viola il principio di rotazione se l’amministrazione si rivolge al mercato in generale per l’acquisizione del servizio

 

 

 

  1. Le tariffe della Tari devono essere deliberate entro il termine previsto per l’approvazione del bilancio di previsione

 

In materia di TARI, l’art. 1 comma 169 della Legge n. 296/2006 (Legge Finanziaria 2007) dispone che “Gli enti locali deliberano le tariffe e le aliquote relative ai tributi di loro competenza entro la data fissata da norme statali per la deliberazione del bilancio di previsione. Dette deliberazioni, anche se approvate successivamente all’inizio dell’esercizio purché entro il termine innanzi indicato, hanno effetto dal 1 gennaio dell’anno di riferimento. In caso di mancata approvazione entro il suddetto termine, le tariffe e le aliquote si intendono prorogate di anno in anno”. Similmente, l’art. 1, comma 683 della Legge n. 147/2013 prevede che “Il Consiglio Comunale deve approvare, entro il termine fissato da norme statali per l’approvazione del bilancio di previsione, le tariffe della Tari in conformità al piano finanziario del servizio di gestione dei rifiuti urbani, redatto dal soggetto che svolge il servizio stesso ed approvato dal consiglio comunale o da altra autorità competente a norma delle leggi vigenti in materia…”.

Recentemente il TAR Campania, Salerno, sez. I, con la sent. 9 novembre 2018, n. 6535, è intervenuta in materia, ribadendo alcuni principi che è opportuno evidenziare.

In primo luogo, i giudici salernitani hanno evidenziato come su tali adempimenti non incide la circostanza che il Comune abbia, eventualmente, deliberato lo stato di dissesto: infatti, in tale evenienza, l’art. 251 comma 5 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) prevede che, con riguardo alla TARI, per i termini di adozione delle delibere, per la loro efficacia e l’individuazione dell’organo competente, si applicano le norme ordinarie vigenti in materia e, quindi, trovano applicazione le disposizioni precedentemente citate di cui alla L. n. 296/2006 e alla Legge n. 147/2013.

In secondo luogo, è stato confermato che neppure la previsione dell’art. 193, comma 3, del TUEL (“per il ripristino degli equilibri di bilancio e in deroga all’art. 1, comma 169, della l. 27 dicembre 2006, n. 296, l’ente può modificare le tariffe e le aliquote relative ai tributi di propria competenza entro la data di cui al comma 2”) può in alcun modo avvalorare la tesi della derogabilità del termine de quo, in quanto tale norma si limita a consentire la modifica delle aliquote, ampliando il termine per deliberare, senza incidere sul suo carattere perentorio.

Il legislatore ha, quindi, rimesso alla potestà dell’ente locale la determinazione della tariffa, ma circoscrive tale potere entro un margine di tempo ben definito, costituito dalla data di approvazione del bilancio di previsione. Tale scelta risponde ad un evidente criterio di ragionevolezza, rappresentato dal bilanciamento dell’esigenza di tutela delle situazioni giuridiche soggettive dei cittadini, i quali non possono essere soggetti a prestazioni imposte oltre i limiti fissati dalle norme, e di quella di copertura delle spese previste in bilancio che, con specifico riferimento ai costi di esercizio del servizio di smaltimento dei rifiuti devono essere assicurate mediante il gettito tributario.

 

  1. Il provvedimento di acquisizione sanante è di competenza del Consiglio comunale

Nel caso in cui il Comune abbia utilizzato senza titolo un terreno privato per scopi di interesse pubblico, il relativo provvedimento di acquisizione sanante appartiene alla competenza del Consiglio comunale ex art. 42 comma 2 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000), secondo cui sono attribuite a tale organo gli “acquisti e alienazioni immobiliari, relative permute, appalti e concessioni che non siano previsti espressamente in atti fondamentali o che non ne costituiscano mera esecuzione e che, comunque, non rientrino nella ordinaria amministrazione”: è quanto affermato dal TAR Toscana, sez. I, nella sent. 9 novembre 2014, n. 1444.

Non si tratta di una novità ma della conferma quanto già affermato dal Consiglio di Stato, sez. IV, nella sent. 10 maggio 2018, n. 2810, secondo cui la suddetta norma deve ritenersi comprendere anche l’ipotesi di acquisto di immobili disciplinata dall’art. 42 bis del Testo Unico Espropriazioni (DPR n. 327/2001) che disciplina espressamente l’acquisizione sanante.

Di conseguenza, deve ritenersi illegittimo l’eventuale provvedimento di acquisizione adottato dal dirigente comunale.

 

 

  1. L’offerta tecnica presentata da un raggruppamento costituendo di professionisti deve essere firmata da tutti i componenti

Nel caso di raggruppamento costituendo di professionisti partecipante alla gara di appalto, l’offerta tecnica deve essere sottoscritta da tutti i componenti e la mancanza della firma anche di uno solo dei suddetti professionisti determina l’esclusione dalla procedura: è quanto affermato dal TAR Puglia, Bari, sez. I, nella sent. 5 novembre 2018, n. 1420.

Ed infatti, come indicato già in passato dalla giurisprudenza, “in caso di offerta presentata da un raggruppamento temporaneo non ancora costituito – essa deve, a pena di esclusione, essere sottoscritta da tutti i componenti del costituendo RTI…la sottoscrizione dell’offerta di gara si configura come lo strumento mediante il quale l’autore fa propria la dichiarazione contenuta nel documento, serve a rendere nota la paternità ed a vincolare l’autore alla manifestazione di volontà in esso contenuta. Essa assolve la funzione di assicurare provenienza, serietà, affidabilità e insostituibilità dell’offerta e costituisce elemento essenziale per la sua ammissibilità, sia sotto il profilo formale che sotto quello sostanziale, potendosi solo ad essa riconnettere gli effetti dell’offerta come dichiarazione di volontà volta alla costituzione di un rapporto giuridico. La sua mancanza inficia, pertanto, la validità e la ricevibilità della manifestazione di volontà contenuta nell’offerta senza che sia necessaria, ai fini dell’esclusione, una espressa previsione della legge di gara” (cfr. TAR Lombardia, Brescia, sent. n. 917/2014).

Più di recente lo stesso Consiglio di Stato (sez. V, sent. n. 5488/2016) ha avuto modo di ribadire che “la riconducibilità dell’offerta … a tutti i professionisti … non può essere desunta dal fatto che nella busta contenente la domanda di partecipazione fossero inserite le dichiarazioni dei requisiti generali di tutti e otto gli associati, atteso che la sottoscrizione della domanda si configura come elemento infungibile, costituendo l’unica modalità attraverso cui il concorrente ne assume la paternità con le conseguenti responsabilità nei confronti della stazione appaltante”.

A controprova di quanto sin qui evidenziato, tale ricostruzione si integra compiutamente con la disposizione di cui all’art. 48, comma 5, del Codice dei contratti pubblici (D. Lgs. n. 50/2016) in tema di responsabilità solidale nei confronti della stazione appaltante.

 

4. Non si viola il principio di rotazione se l’amministrazione si rivolge al mercato in generale per l’acquisizione del servizio

Risulta ormai pacifico in giurisprudenza che il principio di rotazione debba considerarsi servente e strumentale rispetto a tale principio di concorrenza e non possa risolversi in un ostacolo ad esso, con la conseguenza che, dunque, il precedente aggiudicatario che abbia ben operato potrà partecipare alla gara se ciò rappresenta un’estensione della platea degli offerenti (in tal senso, ex multis, Consiglio di Stato, sez. VI, sent. n. 4125/2017 e sez. V, sent. n. 5854/2017; TAR Veneto, sez. I, sent. n. 515/2017 e TAR Campania, Napoli, sez. II, sent. n. 1336/2017).

Di conseguenza, come affermato dal TAR Campania, Salerno, sez. I, nella sent. 5 novembre 2018, n. 1574, non vi è alcuna violazione del principio di rotazione laddove l’amministrazione non sceglie discrezionalmente i soggetti da invitare alla gara bensì si rivolge al mercato in generale, rendendo nota, con avviso pubblico, la propria intenzione di acquisire manifestazioni di interesse da parte di tutti gli operatori economici operanti sul mercato per l’affidamento del servizio e, poi, mediante estrazione pubblica (elemento che garantisce l’imparzialità della scelta) individua i cinque operatori economici da invitare a partecipare (in senso conforme, TAR Sardegna, sez. I, sent. n. 493/2018).

 

numero-43-anno-2018

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Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

 

  1. Le fatture emesse dalle ONLUS sono esenti dall’imposta di bollo
  2. Le fondazioni rientrano nel Gruppo di amministrazione pubblica ai fini della redazione del bilancio consolidato
  3. La revoca del rappresentante comunale presso un Ente richiede comunque una motivazione
  4. Il commissario di gara ex dipendente dell’aggiudicataria è incompatibile per conflitto di interesse

 

 

  1. Le fatture emesse dalle ONLUS sono esenti dall’imposta di bollo

L’art. 82 comma 5 del Codice del Terzo settore (Decreto Legislativo n. 117/2017, di recente modificato ed integrato dal Decreto Legislativo n. 105/2018) prevede che “Gli atti, i documenti, le istanze, i contratti, nonché le copie anche se dichiarate conformi, gli estratti, le certificazioni, le dichiarazioni, le attestazioni e ogni altro documento cartaceo o informatico in qualunque modo denominato posti in essere o richiesti dagli enti di cui al comma 1 sono esenti dall’imposta di bollo”.

Come può facilmente notarsi, il Legislatore ha usato un’ampissima formulazione: ciò consente di ritenere che anche le fatture emesse dalle ONLUS (organizzazione non lucrative di utilità sociale) rientrino nella previsione e godano, pertanto, dell’esenzione dell’imposta di bollo.

Secondo quanto disposto dall’art. 104 comma 1 del medesimo Codice, l’esenzione si applica, in via transitoria, dal 1° gennaio 2018 e sino al periodo di imposta di entrata in vigore delle disposizioni relative al “Regime fiscale degli enti del Terzo settore” di cui al titolo X del Codice, in favore di ONLUS, organizzazioni di volontariato (ODV) e associazioni di promozione sociale (APS) iscritte nei relativi registri. Al termine del periodo transitorio, l’agevolazione dell’esenzione dall’imposta di bollo su tutti gli atti individuati dall’art. 82 comma 5 sarà estesa a tutti gli altri Enti del Terzo settore, tra cui le cooperative sociali.

 

 

  1. Le fondazioni rientrano nel Gruppo di amministrazione pubblica ai fini della redazione del bilancio consolidato

Con il recente parere n. 303/2018 la Corte dei conti, sez. reg. di controllo per la Lombardia, confermando il proprio precedente parere n. 64/2017/PAR, ha ribadito che anche le fondazioni rilevano ai fini dell’individuazione del c.d. “Gruppo di amministrazione pubblica” e, conseguentemente, i relativi bilanci devono includersi nelle operazioni di redazione del bilancio consolidato.

Il Principio contabile applicato concernente il bilancio consolidato (allegato 4/4), inoltre, contiene una precisazione rilevante in argomento, laddove chiarisce che “ai fini dell’inclusione nel gruppo dell’amministrazione pubblica non rileva la forma giuridica né la differente natura dell’attività svolta dall’ente strumentale o dalla società”, inciso che ha fatto propendere per l’inclusione, nell’area del consolidamento, anche delle fondazioni costituite dagli Enti Locali.

La questione è stata definita in modo esplicito con la modifica del richiamato principio, intervenuta con il DM dell’11 agosto 2017, che ha integrato il testo al punto 2 (dove si definisce la composizione del gruppo amministrazione pubblica), inserendo il seguente periodo: “2. Gli enti strumentali dell’amministrazione pubblica capogruppo, intesi come soggetti, pubblici o privati, dotati di personalità giuridica e autonomia contabile. A titolo esemplificativo e non esaustivo, rientrano in tale categoria le aziende speciali, gli enti autonomi, i consorzi, le fondazioni”.

 

 

  1. La revoca del rappresentante comunale presso un Ente richiede comunque una motivazione

Il provvedimento sindacale con cui si revoca il rappresentante comunale presso un Ente è qualificabile come atto di alta amministrazione a forte valenza fiduciaria ma, comunque, soggetto ad onere motivazionale: la necessità di una motivazione ha la finalità di consentire ai soggetti interessati la comprensione delle ragioni di fatto e di diritto che hanno condotto all’emanazione del provvedimento amministrativo. È quanto ricordato dal TAR Umbria nella sent. 22 ottobre 2018, n. 522, ritenendo legittima la revoca di un rappresentante del Comune presso una fondazione motivata con la necessità, vista la riduzione del numero complessivo dei rappresentanti spettanti al Comune, di mantenere la proporzione tra la rappresentanza della maggioranza e della minoranza consiliare.

Come indicato in passato dal Consiglio di Stato (sez. IV, sent. 29 febbraio 2016, n. 808), gli atti di alta amministrazione – che attengono alle scelte di fondo dell’azione delle pubbliche autorità – rivestono natura di atti amministrativi connotati da un elevato tasso di discrezionalità e sono sottoposti a un sindacato giurisdizionale circoscritto ai canoni della ragionevolezza, coerenza e adeguatezza motivazionale: in altri termini, nonostante l’ampia discrezionalità che li caratterizza, il giudice amministrativo può indagare il riscontro dell’esistenza dei presupposti e la congruità della motivazione nonché l’esistenza del nesso logico di consequenzialità fra presupposti e conclusioni (TAR Lazio, Roma, sez. I ter, sent. 21 marzo 2012 n. 2697).

 

 

  1. Il commissario di gara ex dipendente dell’aggiudicataria è incompatibile per conflitto di interesse

Secondo il Consiglio di Stato, sez. III, sent. 7 novembre 2018, n. 6299, deve ritenersi incompatibile per conflitto di interesse il commissario di gara che nel lontano passato (nel caso specifico, 14 anni addietro) ha prestato la propria attività alle dipendenze dell’operatore economico aggiudicatario dell’appalto. I giudici, in particolare, hanno ricordato come il lungo lasso temporale non costituisca motivo di esonero della dichiarazione di tale precedente rapporto da parte del commissario, prevista dall’art. 44 del Codice dei contratti pubblici (Decreto Legislativo n. 50/2016).

Proprio tale ultima disposizione dispone che “Si ha conflitto d’interesse quando il personale di una stazione appaltante o di un prestatore di servizi che, anche per conto della stazione appaltante, interviene nello svolgimento della procedura di aggiudicazione degli appalti e delle concessioni o può influenzarne, in qualsiasi modo, il risultato, ha, direttamente o indirettamente, un interesse finanziario, economico o altro interesse personale che può essere percepito come una minaccia alla sua imparzialità e indipendenza nel contesto della procedura di appalto o di concessione […]”. Il personale che si trova in tali situazioni ha l’obbligo di darne comunicazione alla stazione appaltante ed astenersi dal partecipare alla procedura di aggiudicazione degli appalti e delle concessioni.

La mancata astensione del dipendente pubblico, peraltro, è fonte di responsabilità disciplinare e può rilevare anche ai fini della responsabilità amministrativa e penale.

 

numero-42-anno-2018

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  1. Il consorzio ASI non paga l’ICI per gli immobili adibiti a finalità istituzionali
  1. La corretta contabilizzazione del fondo di rotazione per le demolizioni di opere abusive secondo ARCONET
  1. I provvedimenti adottati dal Sindaco nella veste di ufficiale di governo non sono delegabili
  1. Il principio di rotazione non si applica se si invitano tutti i soggetti che ne hanno fatto richiesta

 

 

  1. Il consorzio ASI non paga l’ICI per gli immobili adibiti a finalità istituzionali

La recente ordinanza 22 ottobre 2018, n. 26575 della Corte di cassazione ha affrontato e risolto un’ipotesi particolare che può verificarsi nella prassi dell’ufficio tributi: l’assoggettabilità o meno all’ICI delle aree possedute da un Consorzio ASI (area per lo sviluppo industriale).

La soluzione del quesito non può prescindere dall’analisi di due norme fondamentali:

  • l’art. 7 (rubricato Esenzioni), comma 1 lett. a) del Decreto Legislativo n. 504/1992, secondo cui sono esenti dall’ICI “gli immobili posseduti dallo Stato, dalle regioni, dalle province, nonché dai comuni, se diversi da quelli indicati nell’ultimo periodo del comma 1 dell’articolo 4, dalle comunità montane, dai consorzi fra detti enti, dalle unità sanitarie locali, dalle istituzioni sanitarie pubbliche autonome di cui all’articolo 41 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, dalle camere di commercio, industria, artigianato ed agricoltura, destinati esclusivamente ai compiti istituzionali”;
  • l’art. 36, comma 4, della Legge 5 ottobre 1992, n. 317, secondo cui “I consorzi di sviluppo industriale, costituiti ai sensi della vigente legislazione nazionale e regionale sono enti pubblici economici”, spettando alle Regioni soltanto il controllo sui piani economici e finanziari dei Consorzi.

La Corte, dal combinato disposto interpretativo delle suddette norme e richiamando un precedente orientamento giurisprudenziale (cfr. Cass. sez. unite 15 giugno 2010, n. 14293; Cass. sez. 5, 21 gennaio 2016, n. 12797), ha ribadito che i Consorzi ASI, al contempo, assolvono finalità di natura pubblicistica e rimangono, per il resto, soggetti alla normativa generale riguardante gli enti aventi finalità lucrativa. Quindi, in sintesi, nel caso di immobili destinati all’espletamento di compiti istituzionali, l’esenzione ICI può operare; diversamente, nel caso di immobili rientranti nell’esercizio dell’ordinaria attività industriale e commerciale del Consorzio, l’Ente è soggetti all’ICI al pari di qualsiasi operatore commerciale.

Inoltre, stante la natura di stretta interpretazione delle norme fiscali che dispongano esenzioni o agevolazioni, è onere del contribuente allegare e dimostrare che ricorrano in concreto le condizioni per usufruirne (giurisprudenza costante: ex multis, in particolare in tema di ICI, Cass. sez. V, ord. 11 ottobre 2017, n. 23833; Cass. sez. V, 3 dicembre 2010, n. 24593).

 

  1. La corretta contabilizzazione del fondo di rotazione per le demolizioni di opere abusive secondo ARCONET

Nella riunione ARCONET del 17 ottobre scorso si è affermato che l’accesso al fondo di rotazione per le demolizioni di opere abusive (previsto dall’art. 32 comma 12 del D.L. n. 269/2003) non integra un’operazione di indebitamento: ciò in quanto l’attività di demolizione delle opere abusive costituisce un’attività surrogatoria del Comune che interviene in luogo del responsabile dell’abuso che non ha ottemperato all’ordine di demolizione agendo per conto ed in danno di questi che è tenuto a rivalere l’ente.

Si tratta, in sintesi, di un’attività a tutela dell’ordine pubblico sotto il particolare profilo del corretto uso del territorio e le somme utilizzate non costituiscono debito alla luce delle regole della contabilità pubblica perché il loto utilizzo non realizza alcun investimento.

Da un punto di vista contabile è stato chiarito che l’impegno concernente il rimborso dell’anticipazione è imputato al medesimo esercizio in cui è imputato l’accertamento dell’entrata derivante dall’anticipazione stessa.

Infatti, considerato che l’art. 1, comma 1 del Decreto MEF 23 luglio 2004 prevede che le somme erogate in anticipazione sono rimborsate dai Comuni alla CDP S.p.A. entro 60 giorni dall’effettiva riscossione delle somme a carico dei responsabili degli abusi, e in ogni caso, trascorsi cinque anni dalla data di concessione delle anticipazioni, l’obbligazione giuridica concernente il rimborso dell’anticipazione è esigibile nel medesimo esercizio in cui l’anticipazione è erogata.

 

  1. I provvedimenti adottati dal Sindaco nella veste di ufficiale di governo non sono delegabili

Il comma 4 dell’art. 54 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) dispone che “Il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei princìpi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione.”

Per consolidata giurisprudenza (cfr., ad esempio, TAR Puglia, Bari, sez. III, sent. 12 ottobre 2018, n. 1295; TAR Campania, Napoli, sez. V, sent. 24 ottobre 2017, n. 5930; TAR Emilia Romagna, Bologna, sez. II, sent. 29 gennaio 2015, n. 71), i poteri del Sindaco quale ufficiale del Governo sono di sua esclusiva competenza e non sono delegabili ad altri organi o funzionari dell’amministrazione comunale.

Applicando tale principio, il TAR Liguria, sez. I, nella sent. 23 ottobre 2018, n. 847, ha ritenuto illegittima un’ordinanza contingibile ed urgente adottata dal responsabile dell’ufficio tecnico e finalizzata all’esecuzione di interventi su un immobile per prevenire pericoli per l’incolumità pubblica.

 

  1. Il principio di rotazione non si applica se si invitano tutti i soggetti che ne hanno fatto richiesta

L’art. 36 del Codice dei contratti pubblici (Decreto Legislativo n. 50/2016) prevede, fra gli altri principi da rispettare per l’affidamento e l’esecuzione di lavori, servizi e forniture di importo inferiore alle soglie comunitarie, quello di rotazione degli inviti e degli affidamenti e in modo da assicurare l’effettiva possibilità di partecipazione delle microimprese, piccole e medie imprese.

Secondo il TAR Liguria, sez. II, sent. 30 ottobre 2018, n. 869, tale principio non trova applicazione nelle procedure nelle quali siano stati invitati tutti i soggetti che ne hanno fatto richiesta.

I giudici, perciò, hanno ritenuto condivisibile quanto affermato dall’ANAC nelle Linee guida 26 ottobre 2016 n. 4, aggiornate il 1° marzo 2018, secondo cui “La rotazione non si applica laddove il nuovo affidamento avvenga tramite procedure ordinarie o comunque aperte al mercato, nelle quali la stazione appaltante, in virtù di regole prestabilite dal Codice dei contratti pubblici ovvero dalla stessa in caso di indagini di mercato o consultazione di elenchi, non operi alcuna limitazione in ordine al numero di operatori economici tra i quali effettuare la selezione”.

 

numero-41-anno-2018

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Rubrica di aggiornamento normativo
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  1. L’imposta di registro, ipotecaria e catastale nella cessione dei diritti volumetrici
  2. Imputazione contabile della somma per il riconoscimento di un debito fuori bilancio
  3. Illegittima la mancata messa a disposizione dei consiglieri del parere del revisore al bilancio di previsione
  4. Nulla la clausola del bando che prevede l’esclusione dalla gara anche se il ritardo nella consegna del plico non è imputabile al concorrente per forza maggiore

 

  1. L’imposta di registro, ipotecaria e catastale nella cessione dei diritti volumetrici

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n.80/E del 24 ottobre 2018, fornisce importanti chiarimenti, a seguito di interpello di cui all’art. 11, comma 1, lettera a) legge n.212/2000, circa i casi di applicazione delle agevolazioni di cui all’art. 1, comma 88 della legge n. 205/2017 per gli atti di cessione dei diritti volumetrici.

L’Amministrazione finanziaria, prima di entrare nel merito della questione, mette in evidenza come con il comma 88 dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2017 n. 2015, siano state apportate delle modifiche alla all’interno dell’articolo 20 della legge 28 gennaio 1977 n.10, la quale prevedeva che: ”ai provvedimenti, alle convenzioni e agli atti d’obbligo previsti dalla presente legge si applica il trattamento tributario di cui all’art. 32, secondo comma, del DPR 29 settembre 1973, n. 601”.

Il medesimo comma 88 dell’art. 1 della legge 205 del 2017, inserisce una nuova disposizione, che stabilisce: “la disposizione di cui al secondo comma si applica a tutte le convenzioni e atti di cui all’articolo 40-bis della legge provinciale di Bolzano 11 agosto 1997, n. 13, per i quali non siano ancora scaduti i termini di accertamento e di riscossione ai sensi della normativa vigente o rispetto ai quali non sia stata emessa sentenza passata in giudicato”.

Tuttavia, questa nuova disposizione normativa, essendo stata inserita nell’art.20 della legge 10 del 1977, deve essere interpretata in modo coerente con il relativo contesto normativo.

Pertanto, il regime agevolativo previsto dal citato comma 88 non può essere esteso ad atti che, non hanno ad oggetto interventi edilizi riconducibili a quelli previsti dalla disciplina individuata dalla legge n. 10 del 1977, tra i quali rientrano invece, le cessioni di aree per la realizzazione delle opere di urbanizzazione connesse all’intervento edilizio, ovvero gli atti aventi ad oggetto la redistribuzione di aree tra colottizzanti.

Da ciò deriva che esulano dall’ambito applicativo dell’agevolazione gli atti traslativi o costitutivi dei diritti reali immobiliari, che non siano riconducibili a tale disciplina o ad altre disposizioni agevolative ancora vigenti.

Pertanto, l’atto avente ad oggetto la cessione di diritti volumetrici dal Comune X ad una società, da porre in essere in esecuzione di quanto previsto dalla convenzione attuativa di un piano particolareggiato che interessa alcune aree ed edifici situati nel Comune X ed avente ad oggetto la realizzazione dei menzionati interventi edilizi, non può beneficiare del trattamento di favore di cui all’articolo 20 della legge n. 10 del 1977.

Questa interpretazione fornita dall’Agenzia delle Entrate, è condivisa anche dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento delle Finanze che, con nota prot. n. 32399 del 23 luglio 2018.

 

  1. Imputazione contabile della somma per il riconoscimento di un debito fuori bilancio

Con la recente delib. n. 21/2018 la Corte dei conti, sez. Autonomie, è ritornata sulle modalità di copertura finanziaria dei debiti fuori bilancio e sulla imputazione contabile della relativa copertura alla luce del D. Lgs. n. 118/2011.

Secondo i giudici, se il riconoscimento riguarda obbligazioni “scadute” (ossia, quelle per le quali il creditore può esigere subito il pagamento perché la prestazione è già stata eseguita) e non vi sia accordo con il creditore per una dilazione, la spesa deve essere impegnata nell’esercizio in cui il debito fuori bilancio è riconosciuto, secondo quanto precisato dal punto 9.1 del principio contabile di cui all’all. 4/2 del citato D. Lgs. n. 118/2011.

Nel caso in cui, invece, sia stata concordata una dilazione, il debito deve essere registrato per intero e per intero essere iscritto nello stato patrimoniale, ma per la copertura si dovrà tenere conto della scadenza delle singole rate secondo quanto concordato nel piano. Ovviamente, l’accordo con i creditori non può avere una mera finalità dilatoria, ma la rateizzazione dovrà comunque rispettare tutti i criteri in materia di programmazione e di effettiva copertura delle quote di spesa previste per le varie annualità. Diversamente, si ricadrebbe in una situazione non dissimile a quella del ritardato riconoscimento, con violazione dei principi di copertura delle spese, di salvaguardia degli equilibri di bilancio e di veridicità dei documenti contabili.

 

  1. Illegittima la mancata messa a disposizione dei consiglieri del parere del revisore al bilancio di previsione

L’art. 174 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) prevede che lo schema di bilancio di previsione finanziario sia presentato, unitamente agli allegati, entro il 15 novembre, secondo quanto stabilito dal regolamento di contabilità.

Tra tali allegati rientra il parere dell’organo di revisione che, perciò, deve essere messo a disposizione dei consiglieri nel rispetto di quanto previsto dal suddetto regolamento, sia allo scopo di necessaria conoscenza sia per la presentazione di eventuali emendamenti.

L’eventuale mancanza deve ritenersi illegittima, in quanto compromette il diritto dei consiglieri ad essere informati e ad esprimere consapevolmente il proprio voto: è quanto affermato dal TAR Liguria, sez. I, nella sent. 25 settembre 2018, n. 759. Secondo i giudici, infatti, la violazione dei termini previsti per lo studio e la valutazione dei documenti si riverbera sullo ius in officio dei consiglieri, in particolar modo se di minoranza. Nel caso specifico, inoltre, i giudici hanno evidenziato che tale mancata allegazione doveva considerarsi ancor più grave dalla circostanza che il parere iniziale del revisore era stato negativo e che solo a ridosso della convocazione il parere stesso era diventato favorevole a seguito di un emendamento del Sindaco.

 

  1. Nulla la clausola del bando che prevede l’esclusione dalla gara anche se il ritardo nella consegna del plico non è imputabile al concorrente per forza maggiore

La clausola del bando di gara che prevede l’esclusione nelle ipotesi di assenza di qualsivoglia addebito al concorrente a titolo di colpa e persino nei casi eccezionali di forza maggiore è contraria ai principi generali in materia di gare pubbliche e deve essere dichiarata nulla: è quanto affermato dal TAR Campania, Napoli, sez. V, sent. 17 ottobre 2018, n. 6054.

Secondo i giudici una siffatta clausola si pone in contrasto sia col principio del favor partecipationis, funzionale alla più ampia apertura del settore degli appalti pubblici ed alla massimizzazione della concorrenza, che con quello di tassatività delle cause di esclusione previsto dall’art. 83, comma 8, del Codice dei contratti pubblici (D. Lgs. n. 50/2016), secondo cui “I bandi e le lettere di invito non possono contenere ulteriori prescrizioni a pena di esclusione rispetto a quelle previste dal presente codice e da altre disposizioni di legge vigenti. Dette prescrizioni sono comunque nulle”. In virtù di tale previsione, l’estromissione può essere disposta solo quando il concorrente abbia violato regole poste a tutela di interessi sostanziali della P.A. o a protezione della par condicio tra i partecipanti, ipotesi alle quali non è stato ritenuto ascrivibile il caso concreto in cui il concorrente aveva affidato al corriere TNT, noto operatore nel settore delle consegne, il proprio plico nove giorni prima della scadenza, protocollato dall’Ente ricevente oltre il termine previsto dalla gara.

In relazione alla modalità di spedizione prescelta, trattavasi di un lasso di tempo ordinariamente sufficiente, secondo l’id quod plerumque accidit, a garantire la tempestività della consegna. Quest’ultima, poi, non era andata a buon fine per un disguido certamente non imputabile al mittente ma al corriere o alle procedure di registrazione dell’Amministrazione destinataria.

Per consolidata giurisprudenza il principio di tassatività della cause di esclusione impedisce l’adozione di atti basati su eccessi di formalismo in contrasto con il divieto di aggravamento degli oneri procedimentali e con l’esigenza di ridurre il peso degli oneri formali gravanti sugli operatori economici, riconoscendo giuridico rilievo all’inosservanza di regole procedurali o formali solo in quanto questa impedisca il conseguimento del risultato verso cui l’azione amministrativa è diretta le quali devono essere interpretate in maniera rigorosa senza possibilità di estensione analogica, dovendo essere la ratio delle medesime ispirata ai principi di massima partecipazione alle gare (Cons. Stato, sez. VI 27 febbraio 2018 n. 1202; id. sez. IV, 29 maggio 2014, n. 2778; T.A.R. Lombardia, Brescia, sez. II, 2 novembre 2017, n. 1304).

 

 

Alla luce delle considerazioni svolte, l’art. 16 del disciplinare di gara va dichiarato nullo laddove prevede che l’offerente debba essere escluso in ogni caso di ritardo nella presentazione del plico, anche qualora lo stesso non giunga a destinazione in tempo utile a causa di forza maggiore, con esonero di ogni responsabilità della stazione appaltante anche nel caso di fatto addebitabile alla stessa.

 

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Piano di riequilibrio sempre più facile

 

Il Governo ha annunciato all’Assemblea Anci, fra le tante misure di favore e semplificazione per gli enti locali, anche l’inserimento in Legge di Bilancio 2019 di una norma che consenta agli enti che adottano il piano di riequilibrio di ottenere da subito, senza cioè dover attendere, come accade oggi, l’approvazione da Corte dei Conti, il 50% del fondo di rotazione, che ricordiamo può arrivare a 300 euro per abitante.

Ora, se si tiene conto che gli ultimi piani di riequilibrio li abbiamo adottati (ovvero li stiamo adottando) sostanzialmente perché Corte dei Conti, quando non il Revisore, ha costatato una non congruità del Fondo Crediti Dubbia Esigibilità, stanziamento che, una volta adeguato, non comporterà materiale esborso di danaro (cioè pagamento) appare evidente come il fondo di rotazione, ottenuto con il piano di riequilibrio, costituirà una risorsa di liquidità con la quale onorare i debiti pregressi.

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

 

  1. Una recente risoluzione sulla gestione IVA per le attività socio-educative
  2. Pubblicata una nuova circolare sulla rendicontazione delle quote del 5 per mille dell’IRPEF destinato ai Comuni
  3. La nomina del Direttore generale del Comune richiede un formale provvedimento
  4. Niente accesso civico ai dati relativi a presenze, straordinari e cedolini dei dipendenti pubblici

 

 

  1. Una recente risoluzione sulla gestione IVA per le attività socio-educative

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n.77/E del 16.10.2018, fornisce chiarimenti circa l’applicazione dell’esenzione sull’imposta sul valore aggiunto, per le prestazioni socio – sanitarie rese da un’azienda agricola.

Nel caso in esame, l’azienda agricola, regolarmente iscritta nei registri regionali delle “Fattorie didattiche”, in quello delle “Fattorie sociali” e nel registro delle Comunità per minori, nonché nel SIM (Sistema informativo minori), chiede all’Amministrazione finanziaria se le attività svolte – rese a fronte di un corrispettivo pro – capite calcolato su ogni giorno di effettiva presenza nella Comunità per almeno 6 ore – possano beneficiare dell’esenzione IVA ai sensi dell’art. 10, comma 1 n. 21 del D.P.R. 633/1972.

Nel caso specifico, i servizi erogati dall’azienda agricola, nell’esecuzione di apposite convenzioni stipulate con i Comuni, avevano lo scopo di realizzare interventi, azioni e percorsi, finalizzati all’integrazione socio – educativa e all’ inserimento lavorativo dei minori in situazioni di disagio.

L’Agenzia delle Entrate, nel fornire risposta all’istanza presentata, riprende il dettato dell’art. 10 comma 1, n. 21, il quale prevede che “le prestazioni proprie dei brefotrofi, orfanotrofi, asili, case di riposo per anziani e simili, delle colonie marine, montane e campestri e degli alberghi e ostelli per la gioventù di cui alla legge 21 marzo 1958, n. 326, comprese le somministrazioni di vitto, indumenti e medicinali, le prestazioni curative e le altre prestazioni accessorie”, ponendo attenzione, quindi, non tanto ai requisiti del soggetto che eroga la prestazione, quanto alla natura oggettiva della stessa, la quale deve essere di tipo “sociale”. Pertanto, la conditio sine qua non necessaria affinché si possa applicare l’esenzione è che il servizio rientri nell’alveo di quelli previsti dalla norma sopra citata.

Sulla base di quanto finora esposto, secondo l’Agenzia l’attività svolta dall’azienda agricola rientra a pieno titolo nel campo dei servizi in esenzione IVA, di cui all’art.10 comma 1 n. 21, in quanto presenta natura e finalità essenzialmente sociali, assistenziali e di mero soccorso a favore della gioventù, riconducibili a quelle svolte dalle istituzioni assistenziali tipiche come i brefotrofi, orfanotrofi, asili, e case di riposo per anziani.

  1. Pubblicata una nuova circolare sulla rendicontazione delle quote del 5 per mille dell’IRPEF destinato ai Comuni

Con la Circolare FL n. 17/2018 del 15 ottobre 2018, il Ministero dell’Interno ha ricordato le diverse modalità per la rendicontazione dei contributi corrisposti ai Comuni per la destinazione del 5 per mille dell’IRPEF. In sintesi:

  • i Comuni che ricevono contributi per un importo complessivo inferiore a € 20.000 devono redigere il rendiconto e la relazione illustrativa utilizzando modelli cartacei, conservando l’intera documentazione agli atti del proprio ufficio per non meno di dieci anni;
  • i Comuni destinatari di risorse finanziarie superiori a € 20.000,00 sono obbligati a trasmettere il rendiconto e la relazione illustrativa, con procedura telematica, direttamente alla Direzione Centrale della Finanza Locale.

Le somme devono essere utilizzate entro un anno dalla di ricezione da parte dei Comuni.

Ai sensi dell’art. 161 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000), l’erogazione dei fondi può essere sospesa per il mancato invio della documentazione prevista (certificati di bilancio, certificato SOSE).

L’ente locale ha, inoltre, l’obbligo di pubblicazione degli importi percepiti e del rendiconto sul proprio sito istituzionale.

Ricordiamo, infine, che il Ministero potrà effettuare i dovuti controlli sul rendiconto, redatto secondo i modelli ministeriali pubblicati con la Circolare FL n. 13/2015, successivamente modificati con Circolare FL n. 10/2018, debitamente compilati e sottoscritti dai responsabili del Servizio Finanziario, dei Servizi Sociali e dall’Organo di Revisione economico finanziario, nonché su ogni altro elemento utile pertinente alla gestione delle risorse attribuite (es: eventuali contratti stipulati o accordi raggiunti con cooperative o associazioni, fatture dei fornitori, mandati di pagamento, la pubblicazione sul sito web).

 

  1. La nomina del Direttore generale del Comune richiede un formale provvedimento

L’art. 108 del Testo Unico Enti Locali (Decreto Legislativo n. 267/2000) prevede la possibilità che, per i Comuni con popolazione superiore a 100.000 abitanti, il Sindaco nomini un Direttore generale al di fuori della dotazione organica, con contratto a tempo determinato e secondo criteri stabiliti dal regolamento di organizzazione degli uffici e dei servizi, che provvede ad attuare gli indirizzi e gli obiettivi stabiliti dagli organi di governo dell’ente, secondo le direttive impartite dal Sindaco e che sovrintende alla gestione dell’Ente, perseguendo livelli ottimali di efficacia ed efficienza.

Recentemente la Corte dei conti, sez. giurisdizionale Piemonte, nella sent. n. 97 del 24 settembre 2018, ha evidenziato che la nomina rimane sempre una facoltà e non un obbligo e che richiede necessariamente un provvedimento formale, non essendo sufficiente, allo scopo, un’attribuzione orale o implicita del ruolo, ossia ricavabile dall’effettivo svolgimento delle relative funzioni. Tra l’altro, poiché il conferimento di tale incarico comporta un emolumento mensile, il provvedimento formale è fondamentale per la motivazione puntuale ed analitica della sussistenza della condizioni previste dalla normativa per il conferimento di tale incarico.

 

  1. Niente accesso civico ai dati relativi a presenze, straordinari e cedolini dei dipendenti pubblici

Secondo quanto affermato dal garante della privacy nel parere n. 458 del 27 settembre 2018, non è possibile riconoscere l’accesso civico ai dati relativi a presenze, straordinari e cedolini dei singoli dipendenti pubblici. Infatti, tali documenti contengono una estesa gamma di dati e informazioni diversi, particolarmente delicata, non rientrano fra quelli per il quali il Legislatore ha previsto una forma di pubblicità e, in estrema sintesi, non possono essere considerati «atti pubblici».

Lo stesso Decreto Legislativo n. 33/2013, peraltro, prevede che l’accesso civico debba essere rispettoso dei limiti in materia di privacy (art. 3, comma 1) e l’accesso ai suddetti dati, secondo il Garante, può avere ripercussioni negative sul piano personale e sociale dei dipendenti interessati, consentendo una ricostruzione molto dettagliata della loro vita e delle loro abitudini personali.

Peraltro, con riferimento ai dati contenuti nel cedolino dello stipendio, come evidenziato nelle Linee guida dell’ANAC in materia di accesso civico, una «indiscriminata circolazione» dei dati ivi contenuti, siccome in certi casi «utili per accedere a prestiti e finanziamenti», potrebbe «favorire il verificarsi di eventuali furti di identità o di creazione di identità fittizie attraverso le quali esercitare attività fraudolente» (cfr. par. 8.1. e nota n. 12).

 

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