Numero 20 Anno 2018

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Settimanale “Prometheus”
Rubrica di aggiornamento normativo
IN QUESTO NUMERO

  • Illegittimi gli aumenti dell’imposta sulla pubblicità e sulle pubbliche affissioni deliberati dopo il 26 giugno 2012
  • Certificato al Rendiconto 2017: invio entro il 31 maggio 2018 (decreto Ministero Interno del 17 aprile 2018)
  • Illegittimo il regolamento comunale che non rispetta ilt ermine minimo diventi giorni per il deposito dei documenti del rendiconto
  • Il dipendente comunale assegnatario di una posizione organizzativa ha diritto all’indennità anche se il provvedimento formale di attribuzione è illegittimo o mancante
  1. Illegittimi gli aumenti dell’imposta sulla pubblicità e sulle pubbliche affissioni deliberati dopo il 26 giugno 2012

Con la risoluzione n. 2/DF del 14 maggio 2018 il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha fornito importanti chiarimenti in merito all’imposta sulla pubblicità e sulle affissioni (disciplinata dal Decreto Legislativo 15 novembre 1993, n. 507), anche a seguito della sentenza n. 15/2018 della Corte costituzionale. Per comprendere in modo chiaro la questione, è opportuno un breve excursus normativo:

  • l’art. 12 del D. Lgs. n. 507/1993 individua le “tariffe base” relative all’imposta di pubblicità, determinate in base alla classe demografica dei Comuni;
  • l’art. 11, comma 10, del D. Lgs. n. 449/1997 ha previsto la possibilità per i Comuni di aumentare le tariffe base fino ad un massimo del 20% a decorrere dal 1° gennaio 1998 e fino a un massimo del 50% a decorrere dal 1° gennaio 2000;
  • l’art. 23, comma 7, del D. L. n. 83 del 2012, entrato in vigore il 26 giugno 2012, ha abrogato, tra le altre norme, anche il suddetto art. 11, comma 10 del d.lgs. n. 449 del 1997;
  • l’art. 1, comma 739, della Legge 28 dicembre 2015, n. 208, secondo cui l’art. 23, comma 7, del D.L. n. 83 del 212, nella parte in cui abroga l’art. 11, comma 10, della Legge 27 dicembre 1997, n. 449, relativo alla facoltà dei comuni di aumentare le tariffe dell’imposta comunale sulla pubblicità, si interpreta nel senso che l’abrogazione non ha effetto per i Comuni che si erano già avvalsi di tale facoltà prima della data di entrata in vigore del predetto art. 23, comma 7, del D.L. n. 83 del 2012.

Il MEF, con la risoluzione in discorso, ha ricordato che la citata sent. n. 15/2018 della Corte costituzionale, nell’escludere l’illegittimità della norma di cui all’art. 1 comma 739 della Legge Finanziaria 2006, ha chiarito che gli eventuali aumenti deliberati fino al 26 giugno 2012 rimangono legittimi, mentre non lo sono quelli eventualmente deliberati in data successiva.

In sintesi, perciò, una delibera esplicita approvativa o confermativa delle maggiorazioni in questione, adottata entro il 26 giugno 2012, legittima la richiesta di pagamento delle stesse da parte dell’ente locale; diversamente, una delibera approvativa o confermativa emessa in data successiva a quella predetta non può che ritenersi illegittima, essendo venuta meno – a seguito dell’intervento abrogativo disposto dall’art. 23, comma 7 del D.L. n. 83 del 2012 – la norma di cui all’art. 11, comma 10 della legge n. 449 del 1997, attributiva del potere di disporre gli aumenti tariffari.

Le stesse considerazioni devono estendersi anche al caso di proroga tacita delle tariffe, posto che per l’anno 2012 il termine ultimo di approvazione del bilancio di previsione era stato prorogato al 31 ottobre 2012; per cui solo se il bilancio fosse stato approvato entro il 26 giugno 2012, il Comune poteva legittimamente richiedere il pagamento delle maggiorazioni.

In conclusione, secondo il MEF è evidente che a partire dall’anno di imposta 2013 i Comuni non erano più legittimati a introdurre o confermare, anche tacitamente, le maggiorazioni in questione.

2. Certificato al Rendiconto 2017: invio entro il 31 maggio 2018 (decreto Ministero Interno del 17 aprile 2018)

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 99 del 30 aprile 2018 il decreto del Ministero dell’Interno recante disposizioni in merito alla Certificazione del rendiconto al bilancio 2017 delle amministrazioni provinciali, delle città metropolitane, dei comuni, delle comunità montane e delle unioni di comuni. Il modello approvato (consultabile al seguente link http://dait.interno.gov.it/documenti/conto_bilancio_2017_armonizzato.pdf) dovrà essere trasmesso entro la data del 31 maggio 2018, esclusivamente attraverso Posta Elettronica Certificata all’indirizzo PEC finanzalocale.prot@pec.interno.it. Il certificato deve essere firmato digitalmente dal Segretario, dal responsabile del servizio finanziario e dall’organo di revisione. Assieme al file contenente i dati del certificato, dovrà essere trasmesso anche il file concernente le informazioni dell’Ente scaricabile dal sito finanza locale – TBEL.

3. Illegittimo il regolamento comunale che non rispetta ilt ermine minimo diventi giorni per il deposito dei documenti del rendiconto

Secondo l’art. 277, comma 2 T.U.E.L. (Decreto Legislativo n. 267/2000), “Il rendiconto della gestione è deliberato entro il 30 aprile dell’anno successivo dall’organo consiliare, tenuto motivatamente conto della relazione dell’organo di revisione. La proposta è messa a disposizione dei componenti dell’organo consiliare prima dell’inizio della sessione consiliare in cui viene esaminato il rendiconto entro un termine, non inferiore a venti giorni, stabilito dal regolamento di contabilità.”.

Può accadere che il regolamento di funzionamento del Consiglio comunale, ad esempio per un mancato aggiornamento a quanto disposto dal T.U.E.L., preveda un termine inferiore a venti giorni; in questi casi è fondamentale individuare qual sia la disposizione prevalente.

Secondo la giurisprudenza (cfr. TAR Campania, Salerno, sez. II, sent. 18 aprile 2018, n. 596), il contrasto fra la norma di principio, sancita dal disposto di rango primario (nel nostro caso, il T.U.E.L.) e quella invece contemplata nella norma secondaria (nel nostro caso, il regolamento di funzionamento del Consiglio comunale) fa discendere l’illegittimità di quest’ultima, dovendosi ritenere il termine inferiore, previsto dalla normazione secondaria, viziato per violazione di legge, stante il chiaro tenore letterale dell’art. 227 T.U.E.L., che circoscrive l’autonomia normativa secondaria nei limiti del rispetto del termine di venti giorni, ritenuto, evidentemente, quale garanzia minima e ineludibile per una completa e compiuta informazione degli argomenti oggetto della futura votazione.

4. Il dipendente comunale assegnatario di una posizione organizzativa ha diritto all’indennità anche se il provvedimento formale di attribuzione è illegittimo o mancante

La posizione organizzativa si distingue dal profilo professionale e individua nell’ambito dell’organizzazione dell’ente funzioni strategiche e di alta responsabilità che giustificano il riconoscimento di un’indennità aggiuntiva.

Come da tempo osservato dalla giurisprudenza, la posizione organizzativa non determina un mutamento di profilo professionale, che rimane invariato, né un mutamento di area, ma comporta soltanto un mutamento di funzioni, le quali cessano al cessare dell’incarico; si tratta, in definitiva, di una funzione ad tempus di alta responsabilità la cui definizione nell’ambito della classificazione del personale di ciascun comparto – è demandata dalla legge alla contrattazione collettiva. (Cass. S.U. 18.6.2008 n. 16540 e Cass. n. 20855/2015 in tema di posizioni organizzative per il comparto degli enti locali).

L’attribuzione della P.O. richiede un provvedimento formale scritto e motivato che tenga conto delle capacità e dei requisiti del dipendente in relazione alla caratteristiche delle attività da svolgere.

Può capitare, tuttavia, che il provvedimento manchi o sia illegittimo e, ciononostante, il dipendente svolga comunque le mansioni e le attività proprie di una posizione organizzativa. Secondo la Corte di cassazione, sez. lavoro, sent. 3 aprile 2018, n. 8141, qualora il dipendente venga assegnato a svolgere le mansioni proprie di una posizione organizzativa, previamente istituita dall’ente, e ne assuma tutte le connesse responsabilità, la mancanza o l’illegittimità del provvedimento formale di attribuzione non esclude il diritto a percepire l’intero trattamento economico corrispondente alle mansioni di fatto espletate, ivi compreso quello di carattere accessorio, che è diretto a commisurare l’entità della retribuzione alla qualità della prestazione resa.

In ogni caso, condizione imprescindibile perché il diritto possa venire ad esistenza è l’istituzione delle posizioni stesse, da effettuare all’esito delle procedure previste dalle parti collettive.

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